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domenica 8 settembre 2013

Natale al caldo: Panama che non ti aspetti

In vacanza con gli indios Kuna nell'arcipelago di San Blas: 365 isole nel Mar dei Caraibi


Ukupseni
Ukupseni
I l pittoresco aeroporto di Playa Chico, a Panama, è poco più di un piazzale. Non c’è security, la sala d’attesa è open air, donne e bambini in abiti sgargianti attendono festosi l’atterraggio dell’unico volo giornaliero che collega gli indios Kuna con il resto del mondo. Un’anziana stringendo in pugno un mazzetto di balboa, la moneta nazionale, discute vivacemente in dulegaya con il pilota. Contratta il trasporto della sua cassetta di aragoste — unica fonte di reddito insieme alle noci di cocco — che viaggerà legata a un sedile, accanto ai passeggeri.

L’arcipelago di San Blas,365 isole lungo 200 chilometri di costa, s’affaccia sul mar dei Caraibi al confine con la Colombia. È un angolo incontaminato di paradiso tropicale ancora vergine grazie alla popolazione Kuna cui le autorità panamensi hanno concesso già nel 1938 autonomia amministrativa. All’interno della comarca Kuna Yala, così gli indios chiamano l’arcipelago, non ci sono né grandi alberghi, né insediamenti urbani. Ukupseni è un’isola comunità dove gli indios sono così felicemente attaccati alla loro identità al punto da espellere chi sposi persone di altre etnie. Il capo villaggio è il sahila: custodisce storie e leggende che la sera recita a memoria. Durante il giorno, disteso su una comoda amaca, ascolta le lamentale della gente. Le decisioni però vengono prese durante le riunioni collettive sotto la onmaket nega, la tenda municipio, elemento essenziale di ogni villaggio.

Dal 1953 una Carta Kuna sancisce diritti e doveri degli appartenenti alla comunità e il consiglio Kuna discute e decide della vita sociale ed economica dei suoi membri. Gli stranieri che arrivano a Ukupseni sono davvero pochi e vengono accolti con larghi sorrisi. Si può alloggiare al Sapibenega Hotel, un atollo largo appena un centinaio di metri. Le otto confortevoli cabanas sono costruite con tronchi di palma e bambù. Al tramonto la cuoca accende per terra il fuoco e cucina pesce ancora vivo.

Panama è un esiguo braccio di terra che separa le due Americhe e i due grandi oceani, un paradiso naturale e fiscale che Cristoforo Colombo esplorò per primo. Da allora di acqua ne è passata tanta. In senso metaforico e letterale. Da diciotto mesi un’enorme vela in vetro e cemento caratterizza lo skyline di Panama City. È il Trump Ocean Club International, simbolo prepotente di ricchezza, la torre albergo del miliardario Donald Trump, l’edificio più alto di tutta l’America Latina. Un investimento da 430 milioni di dollari che non stride ma anzi accompagna il fascino lascivo e decadente del Casco Antiguo, il quartiere storico, dichiarato patrimonio Unesco per la varietà dei suoi stili architettonici. Mentre il celeberrimo canale di Panama, la «ruta de agua» a pochi chilometri di distanza, è ancora oggi l’unico punto di passaggio tra i due continenti. Last but not least, Bocas de Toro, sul Pacifico. Un incredibile caleidoscopico ambiente marino. Tra migliaia di pesci colorati e tartarughe marine vi sembrerà di nuotare in un enorme acquario.

Info utili: www.visitpanama.com. Viaggio con guida (7 notti) a € 1.360, volo escluso su www.gocentroamerica.it. Volo Alitalia da Roma o Milano da € 1.200. Volo Air Panama Panama-City-San Blas: € 60


Anna Maria Catano
Testo e foto tratti da Tempi Liberi, Corriere della Sera

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