auto antiche e moderne

martedì 30 giugno 2020

Guerrino Guardabassi


                       Interno con figure  olio su tela   cm 39x 51  quadro di proprietà Galleria  Elioarte





Guerrino Guardabassi (Italian, 1841-1893) actively painted in Rome and Paris


 throughout most of his life, he trained at the Academia di SAN Luca in Rome.
He is best known for his historic images and portraits which he painted

 in the traditional style of the 19th century Italian School. He exhibited in both Rome 

and Turin.

I am offering for auction a superb 19th Century Watercolour which

 is framed, glazed, signed and inscribed Roma l.l.

The painting features a boy perched on a wall playing a musical pipe instrument. 

A very impressive painting.

From a sale of goods from Bishton Hall, country estate.

Condition. In very good order. Please view all images for condition.

 Ready to hang.

Postage via DHL

Please note. Frames and glass are delicate and can occassionally 

take a knock in the post. I wrap paintings very well but you bid on this

 lot with the understanding that you accept this small risk when bidding.


Dettagli lotto
Artista
Guerrino Guardabassi
Titolo dell'opera
“Boy playing a musical pipe”
Anno
1860
Tecnica
Acquerello
Firma
Firmato
Condizioni
In ottime condizioni
Dimensioni totali
65×54×3 cm
Dimensioni dell’immagine
49×38.5 cm
Vendita con cornice

GUARDABASSI GUERRINO
Roma 1841 - dopo il 1901
A Roma frequentò l’Accademia di San Luca, dove si conserva Cristo e le Marie (1869), un’opera di forte influenza purista. Poco si conosce della sua attività successiva, ricostruibile nelle linee generali soltanto attraverso l'attività espositiva. Alle mostre romane degli Amatori e Cultori partecipò quasi ininterrotta-mente dal 1870 al 1901, con opere che indicano un graduale allontanamento dalla tematica sacra (1870, Sant'Antonio) in favore dei soggetti di genere. Dal 1873 in poi, infatti, i suoi quadri si animano di figure (1873, Fanciulla che scherza; 1880, Malata immaginaria, Venditrice di ortaggi, Venditore di ortaggi; 1885, Pastore che suona il piffero, La custode della bicocca; 1886, Zingara che predice il futuro, La custode dei polli) oppure di personaggi religiosi (1881, La tranquillità-mezza figura di Frate; 1885, Il catechismo, Monaca che insegna a leggere, Monaca che legge; 1895-1896, Monaco in lettura). Dipinse anche rappresentazioni d’interni, soprattutto religiosi (Acquasantiere in S. Pietro, presentato nel 1881 e nel 1886). Più rari i paesaggi, che espose in numero esiguo nel 1873 (Veduta delle Colonnette), nel 1889 (Scogli di Capri) e nel 1901 (Villa Borghese). Nel 1877 partecipò all’Esposizione Nazionale di Napoli e nel 1885 all’Universale di Anversa. Si ha notizia di un solo quadro di tema storico (Beatrice Cenci e Lucre





zia Petroni), che inviò con titoli diversi alle mostre di Torino nel 1880 e di Roma nel 1886 e nel 1901.

martedì 23 giugno 2020

Enrico Canova

                                                                 

ENRICO CANOVA - 'Donna in costumi orientali'

ENRICO CANOVA

1832-1908

"Donna in costumi orientali"
34x24 olio su tavola
Opera firmata a destra verso il basso

Alberto Rossi

la mietitura del grano in val d'Aosta






il paesaggio  come ambientazione, come sfondo, ma anche come soggetto esso stesso. La descrizione naturalistica del paesaggio è stata da sempre un’aspirazione per l’artista. Ogni periodo storico ha dato la propria interpretazione del paesaggio contribuendo all’evoluzione della sua descrizione: dapprima con una ricerca sullo spazio, tramite la prospettiva brunelleschiana nel primo Rinascimento, poi sulla resa atmosferica, nel Cinquecento, fino ad arrivare alla rappresentazione di ogni singola vibrazione della luce sugli oggetti  nell’Impressionismo.

L’opera è molto interessante in quanto ci mostra come fosse versatile la personalità del pittore Alberto Rossi il quale in gran parte della sua produzione adotta uno stile di grande respiro accademico, formalmente perfetto. In questo dipinto si può invece apprezzare come l’artista torinese fosse aperto anche a soluzione più sperimentali. Infatti qui la forma viene praticamente disgregata a favore di un linguaggio più espressivo e vicino a un clima postimpressionista. Formalmente viene adottata una stesura quasi grezza, che sintetizza i soggetti con pochi tocchi densi di un colore materico. In linea con questa grevità è anche la scelta cromatica dei grigi e del verde scuro.
Alberto Rossi è stato un pittore torinese nato nel 1858 e scomparso nel 1936. Si formò all’Accademia Albertina e, nella sua carriera, si specializzò nella produzione di ritratti, paesaggi e scene di genere ispirate al Medio Oriente. Il successo arrivò quando presentò il suo “Ritratto d’Uomo” all’Esposizione di Torino del 1884 poi, nel 1887, espose altre cinque opere a Venezia. Fu molto legato al mondo orientale e visse in Egitto dal 1891 al 1914. Le sue opere sono conservate in molte collezioni italiane ed estere

i Alberto Rossi olio  su  tavola cm 19,5 x 45,5 opera   firmata in basso a destra
 titolo Dromedari nel deserto  Casa d'Aste Sant'Agostino Asta 184  del    lotto 132

Alberto Rossi è stato un pittore torinese nato nel 1858 e scomparso nel 1936. Si formò all’Accademia Albertina e, nella sua carriera, si specializzò nella produzione di ritratti, paesaggi e scene di genere ispirate al Medio Oriente. Il successo arrivò quando presentò il suo “Ritratto d’Uomo” all’Esposizione di Torino del 1884 poi, nel 1887, espose altre cinque opere a Venezia. Fu molto legato al mondo orientale e visse in Egitto dal 1891 al 1914. Le sue opere sono conservate in molte collezioni italiane ed estere

 dal titolo










l'ora della  preghiera


lorenzo Delleani

Lorenzo Delleani si formò all'Accademia Albertina di Torino, come allievo di Cesare Gamba e di Carlo Arienti. Inizialmente si unì ai pittori romantici e dipinse tele con soggetti storici, riportando alcuni riconoscimenti ufficiali. Nel 1874 espose al Salon de Paris e vi tornò nel 1878 con Regate a Venezia. Dalla fine del settimo decennio dell'Ottocento il suo stile variò progressivamente, nei mezzi espressivi e nel repertorio tematico, in direzione di una rinnovata attenzione allo studio dal vero del paesaggio, realizzando tele con tinte dense e smaglianti. Famose erano le sue tavolette, eseguite con tocchi rapidi e sicuri.
Con l'inizio degli anni ottanta si dedicò esclusivamente ad una pittura en plein air, condotta in dense pennellate di colore che catturano la luce, adottando tra i soggetti preferiti vedute piemontesi, raffigurate al variare della luce e delle stagioni. Nel 1883 si recò in Olanda, a studiare i pittori del Secolo d'Oro e ne riportò muovi stimoli creativi e l'uso di un colore fastoso.
Nel 1899 partecipò alla III Esposizione internazionale d'arte di Venezia, accompagnato dalla sua allieva e mecenate Sofia Cacherano di Bricherasio.
La partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1905, con circa quaranta opere e la partecipazione all'Esposizione internazionale d'arte di Monaco, nello stesso anno, sancirono il successo internazionale dell'artista.
Il Comune di Torino gli ha intitolato una via, nel quartiere Pozzo Strada;[1] lo stesso hanno fatto i Comuni di Biella, di Novara, di Chieri, di Santena e di Milano.

olio su tavoletta datato 17.8.1904         Paesaggio  montano   cm 30x 44,5





olio su tavoletta cm 25x 37,3
asta 185 lotto  67 casa d'aste Sant'Agostino





Opere[modifica | modifica wikitesto]

Tra i suoi dipinti, numerosi sono i paesaggi di montagna, caratterizzati da colori brillanti e da una pennellata pastosa e veloce; particolarmente apprezzati dai collezionisti sono quelli del periodo 1883-1889. A Delleani non piaceva dipingere vedute cittadine, ma preferiva paesaggi naturali, soprattutto della zona biellese.
I suoi luoghi preferiti furono Torino, dove trascorse parecchi inverni, Biella, Pollone e il castello di Miradolo, dove fu ospite dei conti Cacherano di Bricherasio e in particolare dalla contessa Sofia Cacherano di Bricherasio, la sua allieva prediletta.
Grande amico e frequentatore della famiglia Bricherasio, Delleani fu anche testimone di un evento storico. Emanuele Bricherasio, fratello della sua allieva Sofia, si distinse per il suo intraprendente impegno nell'emergente settore dell'industria automobilistica e il 1º luglio 1899 convocò nella residenza torinese della famiglia un gruppo di eminenti aristocratici e notabili, figurando tra i soci fondatori di una prima società che prese poi il nome di F.I.A.T.. A Delleani fu espressamente richiesto di raffigurare il memorabile evento ed egli realizzò il dipinto, dove Emanuele Bricherasio è ritratto nell'intento di siglare il documento che lo elevava alla carica di vicepresidente.[2]


Lorenzo Balleani  Aggiungi didascalia figura sulla sponda del fiume datato 21.05.1908








Nel centenario della sua morte sono state allestite, in contemporanea e in sinergia tra loro, tre importanti mostre: Delleani e il suo tempo a Palazzo Bricherasio in TorinoDelleani e il cenacolo di Sofia di Bricherasio al Castello di Miradolo in San Secondo di Pinerolo e Delleani la vita e le opere al Museo del Territorio Biellese in Biella.

domenica 21 giugno 2020

ANCRE IN 0RO 15 RUBINI

'orologio da taschino, comunemente chiamato in gergo "cipolla" o "orologio a cipolla", è un tipo di orologio di piccole dimensioni, adatto per essere tenuto in tasca, particolarmente diffuso prima dell'avvento dell'orologio da polso nella seconda metà del XIX secolo.
                                                                                 
La lupa Romolo e Remo  incisione su orologio da tasca in oro doppia cassa  fine 800

mercoledì 17 giugno 2020

Migliaro Vincenzo




Migliaro Vincenzo (Napoli, 8 ottobre 1858 – Napoli, 16 marzo 1938).
Dopo aver appreso l’arte dell’intaglio ai corsi della Società Centrale Operaia Napoletana ed aver frequentato lo studio di Stanislao Lista, si iscrive nel 1875 all’Istituto di Belle Arti di Napoli, allievo tra gli altri di Domenico Morelli.
Nel 1877 compie un breve viaggio a Parigi dove si sofferma a studiare le opere esposte al Museo del Louvre. È tuttavia Napoli con la sua vivace vita popolare la principale fonte di ispirazione dell’artista: le opere con le quali partecipa alle esposizioni nazionali (Torino, 1880, 1884 e 1898) e internazionali (tra tutte citiamo Barcellona dove nel 1911 ottiene la medaglia d’argento) ne sanciscono la fama di attento indagatore della realtà napoletana.
Nel decennio successivo è chiamato con altri pittori tra i quali Vincenzo Irolli ad eseguire la decorazione del Caffè Gambrinus.
Partecipa alle esposizioni internazionali d’arte di Venezia dal 1901 al 1928 e nel 1927 la Galleria Pesaro di Milano gli dedica un’esposizione affiancando alle sue opere quelle di Vincenzo Caprile e Vincenzo Gemito, entrambi napoletani.
 


 Mercato di Napoli olio su tavoletta cm 14,2 x 19,5 aggiudicato nell' asta N° 185della  casa d'aste Sant'Agostino Torino lotto 33 del 18.06.2021 alla  Galleria Elioarte Milano



vIncenzo Migliaro fu un artista solitario e scontroso, acuto e sincero, caratteristico e vigoroso: e fu tra quelli che seppero glorificare, nelle sue personalissime mezze figure, la calda bellezza ammaliante delle popolane napoletane. Figura poliedrica ed emblematica tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima parte del XX secolo, nel 1875  (dopo aver appreso l’arte dell’intaglio e intarsio del cammeo ai corsi della Società Centrale Operaia Napoletana) s’iscrive all’Istituto di Belle Arti di Napoli e diventa allievo di Domenico Morelli.
Nel 1877 partecipa al concorso nazionale di tutte le Accademie di Belle Arti, indetto dal ministero della Pubblica Istruzione, classificandosi al secondo posto con una Testa di donna oggi a Napoli, Galleria dell’Accademia di Belle Arti, in deposito alla Pinacoteca di Capodimonte. Il premio gli consentirà di recarsi per un breve viaggio a Parigi, studiando le opere esposte al Louvre e frequentando Giuseppe De Nittis, Giovanni Boldini e Vincenzo Gemito. Da qui inizia la sua carriera di cantore della vita napoletana che lo rende celebre sia in Italia (è presente alla Biennale di Venezia dal 1901 al 1928) che all’estero (a Barcellona nel 1911 ottiene la medaglia d’argento). Mentre nelle opere giovanili la pittura di Migliaro si caratterizza per attento studio della grande pittura del passato, soprattutto della scuola napoletana seicentesca, nella maturità la sua produzione si caratterizza per un forte realismo, unito alla forza del colore e alla consistenza plastica. Molti dei suoi ritratti traducono in pittura le immagini poetiche di Salvatore Di Giacomo dove, l’universo femminile, dall’aggressiva e sfacciata bellezza delle popolane al pudore di giovani donne o alla miseria morale di altre, è indagato con forte realismo ma sempre con umanità e partecipazione.
Tra le opere più caratteristiche vi è sicuramente questa, L’attesa (già in raccolta Mele di Napoli), dove il pittore, che amava ritrarre i vicoli ed i bassi stretti e pittoreschi dove s’annida la variopinta miseria degli umili ma anche le piazze inondate dal sole caldo, trova una silente sintesi compositiva e cromatica che esalta la sua vivacità.










                                                                         


giovedì 11 giugno 2020

Francisco Goy

La maja desnuda è uno dei quadri più conosciuti di Francisco Goya. Fu realizzato nel 1800 circa. Si tratta di un olio su tela che misura 97 x 190 cm ed è attualmente esposto al Museo del Prado di Madrid. Si tratta di un ritratto, senza alcun riferimento mitologico, di una donna completamente nuda e distesa su un divano. Probabilmente è il primo nudo senza riferimenti letterari o mitologici che sia stato realizzato. Quindi la sua importanza non è solo nella realizzazione pittorica ma anche nel primato storico che riveste.

La storia di María del Pilar Teresa Cayetana de Silva y Álvarez de Toledo, tredicesima Duchessa d’Alba, ha ispirato molti libri e molti film, soprattutto a causa della sua ipotetica relazione amorosa con il pittore Francisco de Goya y Lucientes, che la utilizzò come modella di diversi suoi quadri e disegni.
Il mistero che più di ogni altro ha attirato l’attenzione di scrittori e registi riguarda due dei quadri più celebri al mondo: la Maja Desnuda e la Maja Vestida, che, oltre a rappresentare una tappa fondamentale della pittura spagnola, contribuirono alla diffusione della leggenda che vede la Duchessa quale protagonista dei due quadri.
Attraverso l’analisi di elementi quali la data di realizzazione dei quadri, le loro dimensioni, la vita della Duchessa e il suo rapporto con Goya, si scoprono le ragioni che hanno indotto a credere che la modella fosse appunto la duchessa e tutte le congetture che sono derivate da questa ipotesi.
Il primo elemento da prendere in esame è la data di composizione dei quadri per poi compararla con il periodo durante il quale la duchessa dovrebbe aver conosciuto Goya. Quello che risulta immediatamente evidente è la divergenza di opinioni sia riguardo all’epoca in cui Goya dipinse le due opere, oltre che riguardo alle dimensioni effettive di queste ultime. Infatti, la maggior parte dei siti internet e dei libri di testo che si sono occupati di tale questione indicano un arco di tempo impreciso durante il quale Goya potrebbe aver dipinto le due tele, mentre sulle dimensioni rimangono alquanto sul vago, anche per ragioni legate alla leggenda di cui si parlerà in seguito.
Il sito ufficiale del Museo del Prado sostiene che la Maja Desnuda risalga al 1795 e misura 98×191 cm mentre la Maja Vestida sia stata dipinta nel 1800 e misura 95×190 cm, di conseguenza quest’ultima sarebbe leggermente più piccola della prima. In compenso Juan J. Luna, autore di un articolo sulla Maja Desnuda, situa questa tra il 1797 e il 1800 (indicando come dimensioni 97×190 cm) e la seconda tra il 1802 e il 1805, con riferimento all’analisi delle pennellate e alla tecnica pittorica di Goya: la Maja Desnuda ricorderebbe alcune sue opere risalenti al 1795 se non addirittura precedenti, mentre la Maja Vestida presenterebbe uno stile più maturo e quindi successivo. In questo caso viene riportato che Goya nel 1815 sarebbe stato convocato dall’Inquisizione di Madrid per riconoscere la paternità delle opere e spiegare i motivi della loro realizzazione, tuttavia non si sa nulla delle risposte fornite dal pittore. La rivista on-line Identidades.org asserisce invece quanto segue: “[…] della Maja Desnuda si sa che è stata realizzata prima del 1800, forse nel 1797, mentre della Maja Vestida si conosce la sicura esistenza a partire dal 1808 […]”; per quanto riguarda le dimensioni Dolores A. Fernández, autrice dell’articolo, sostiene che la Maja Vestida sia più piccola della Maja Desnuda. Infine, un sito internet specializzato nelle leggende legate ai due quadri sostiene che la Maja Desnuda risalga probabilmente alla primavera del 1798, ma non fa alcun riferimento alla data in cui è stato dipinto il secondo quadro, benché sottolinei che le tele sono delle stesse dimensioni.
I testi italiani non sono da meno. Se nella serie Centodipinti dedicata a Goya si parla di un arco di tempo che va dal 1800 al 1803, senza fare distinzione tra la realizzazione delle due opere, il supplemento Goya di una nota rivista, afferma con sicurezza che la Maja Desnuda fu dipinta nel 1800 mentre indica un generico 1801-1803 per la Maja Vestida.


Fermo restando i dubbi sull’esatta datazione delle opere, anche le motivazioni che hanno spinto a credere che la modella ritratta fosse proprio la succitata Duchessa d’Alba sono molto varie e non tutte fondate. Innanzitutto va sottolineato che nemmeno il primo incontro tra la duchessa e il pittore ha una precisa collocazione temporale. Sembra che i due si siano visti per la prima volta intorno al 1790, quando entrambi frequentavano la casa della Duchessa di Osuna. Di sicuro c’è che nel 1795 Goya ritrasse la Duchessa d’Alba con un vestito bianco, una cintura rossa e al suo fianco un cagnolino, anch’esso bianco, verosimilmente simbolo di fedeltà, e che nel quadro la duchessa indica con il dito della mano destra un’iscrizione posta alla base dello stesso, cioè: “Alla Duchessa d’Alba. Goya 1795”. L’iscrizione non lascia dubbi sulla data di realizzazione dell’opera, inoltre, questo quadro fa coppia con quello del marito, José Álvarez de Toledo y Gonzaga, anch’esso ritratto da Goya, con una partitura di Haydn in mano. Tuttavia, c’è un altro quadro fondamentale riferito alla duchessa, e cioè La Duchessa d’Alba vestita di nero del 1797. Goya lo dipinse subito dopo la morte del marito di lei, ma la postura non è molto diversa dall’opera citata in precedenza, la duchessa, infatti, continua a indicare con il dito della mano destra un’altra iscrizione (“Solo Goya 1797”) e indossa due anelli con incisi i nomi “Alba” e “Goya”. Fu grazie a questo quadro che nacque l’ipotesi che la Duchessa potesse aver posato per la Maja Desnuda, e nacquero anche le congetture su una possibile relazione tra lei e il pittore, considerato il contenuto dell’iscrizione e gli anelli da lei indossati.
Certo le date dei quadri indicano con evidenza che i due si conobbero nel 1795 se non addirittura prima, ma considerato che la Duchessa morì nel 1802, questa avrebbe potuto essere la modella delle Majas solo se entrambe fossero state dipinte nel periodo precedente la sua morte. Ipotesi che, per quanto si è visto riguardo alla data di realizzazione della Maja Vestida, sembra improbabile.
Il secondo elemento importante della questione è la dimensione delle tele. La leggenda che vede coinvolti la duchessa, il celebre pittore e i due quadri, ha a che fare anche con l’ingegneria meccanica. Secondo quanto si narra Goya dipinse la Maja Vestida con l’intenzione di utilizzarla per occultare la Maja Desnuda: i quadri erano sovrapposti e uno speciale meccanismo permetteva di alternare l’uno all’altro. Di conseguenza, secondo questa leggenda, Goya avrebbe realizzato le due versioni dello stesso quadro nello stesso anno e utilizzando tele di uguali dimensioni. Tuttavia la leggera differenza esistente tra le due opere per quanto riguarda la grandezza, lascia supporre che si tratti solo di un’ipotesi di fantasia.
In ambito cinematografico, un contributo significativo al diffondersi delle diverse teorie lo ha dato anche la pellicola di Bigas Luna Volavérunt. Il film narra la storia della Duchessa d’Alba a partire dal giorno della sua misteriosa morte. Il regista fa numerose ipotesi riguardo all’esistenza di un possibile complotto nei suoi confronti e sottolinea il ruolo svolto dai piedi delle duchessa nell’ambito della leggenda. In effetti, nel film, i suoi piedi sono oggetto di un culto feticista da parte degli uomini, profondamente colpiti dal loro straordinario candore che ricorda l’avorio. Bigas Luna sottolinea tale dettaglio con un gioco di luci che fa risaltare i piedi della donna anche se sostiene, come diversi altri studiosi, che secondo lui la duchessa fu utilizzata dal pittore solo per dipingere il corpo delle Majas, mentre il volto era quello di Pepita Tudó, amante del Ministro Godoy. Il regista tenta poi di risolvere anche il mistero legato alla sua morte, ipotizzando un complotto ordito dalla Regina María Luisa di Parma, gelosa della Duchessa, e dallo stesso Godoy.
Volendo approfondire ulteriormente il discorso legato ai piedi della duchessa si può affermare che l’enigma ruota attorno al titolo che la stessa duchessa ereditò da sua madre, María Cayetana de Sarmiento. Quest’ultima infatti era Contessa de Piedeconcha, e la parola concha in spagnolo significa conchiglia. Secondo le arti occulte, la conchiglia che si trova posizionata ai piedi di alcune statue e immagini religiose femminili serve per nascondere il piede originale, ovvero un piede palmato, le cui dita sono unite tra loro da una sottilissima membrana. La leggenda sostiene che questo fattore estetico risale alla Regina di Saba e al suo incontro con Salomone: il Re era molto attratto dalla Regina ma non riusciva mai a vederle i piedi, così fece costruire un salone il cui pavimento era interamente ricoperto di specchi e si accorse che la Regina aveva i piedi palmati. Per questa ragione, il candore dei piedi della modella della Maja Desnuda e il fatto che la duchessa fosse anche Contessa de Piedeconcha diffusero ulteriormente l’idea che potesse trattarsi di lei. Inoltre, ancora oggi, la causa della morte della duchessa è ignota; l’unica notizia certa è che nel 1945 quando il cadavere fu riesumato per poter compiere delle analisi, gli mancava un piede.
L’ipotesi che qualcuno possa aver complottato per liberarsi della duchessa è fondata su una presunta rivalità creatasi tra lei e la Regina María Luisa. Una delle storie più interessanti riguarda un orologio da tasca che María Luisa avrebbe ricevuto in dono dalla Regina di Francia e del quale si sarebbe vantata con tutte le dame di corte. La Duchessa d’Alba, venuta a conoscenza dell’episodio, avrebbe fatto arrivare da Parigi un centinaio di orologi da tasca identici a quello della regina per poi distribuirli ai suoi servi e scatenare le ire di quest’ultima. La sfrontatezza della duchessa indusse dunque la regina, secondo quanto si racconta, a ordire un piano per liberarsi di lei.
Un altro elemento da considerare per capire se veramente la duchessa avrebbe potuto essere la modella delle Majas è il significato di questa parola. Il dizionario della Real Academia Española ne fornisce la seguente definizione: “Detto di una persona che nel suo modo di comunicare, di agire e per i vestiti che indossa ostenta una certa libertà e bellezza, tipica soprattutto della gente ordinaria”. Ora, considerato quanto asserito in precedenza, risulta più facile riconoscere in questa descrizione Pepita Tudó, donna del popolo e amante di Godoy, che non la Duchessa d’Alba, il cui atteggiamento rispecchiava quello dell’alta società. A questo proposito va anche rilevato che la postura della modella nei due quadri è diversa anche se di primo acchito può sembrare identica: dalle analisi che sono state effettuate risulta che nella Maja Desnuda il punto di appoggio è rappresentato dai piedi, mentre nella Maja Vestida il punto di appoggio sono i polpacci e i piedi sono collocati fuori dal divano. Di conseguenza la Maja Vestida non è semplicemente una replica della Maja Desnuda, e la diversa postura determina una differente illuminazione della scena.
A conclusione di quanto fin qui esposto risulta chiaro che i dubbi sulla vera identità della modella permangono, e che per quanto si possa indagare a fondo sulla questione sarà difficile riuscire a risolvere il mistero finché non si avrà in mano una prova concreta. Certamente la leggenda contribuisce a focalizzare l’attenzione sui due quadri e sulla vita di Goya e della duchessa: fintanto questo avverrà, sarà qualcosa di positivo sia per l’arte in se stessa che per la diffusione della cultura.