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giovedì 29 luglio 2010
Tonga soa in Madagascar.
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giovedì 1 luglio 2010
Fiore della Passione

Passiflora è un genere di Passifloracea che comprende circa 465 specie di piante erbacee perenni ed annuali, arbusti dal portamento rampicante lianoso, arbusti e alberelli, alti fino a 5-6 m, originarie dell' America centro meridionale con alcune specie provenienti dal Nord America , Australia e Asia
Il nome del genere, adottato da Limneo nel 1753 e che significa "fiore della passione" (dal latino passio = passione flos = fiore), gli fu attribuito dai missionari Gesuiti nel 1610 per la somiglianza di alcune parti della pianta con i simboli religiosi della passione di Cristo,i viticci la frusta con cui venne flagellato; i tre stili i chiodi; gli stami il martello; la raggiera corallina la corona di spine
La Passiflora caerulea è l'unica specie coltivata in Italia che sopporta il gelo invernale dei nostri climi. Originaria del Sudamerica, vigorosa pianta rampicante con lunghe ramificazioni dotate di robusti viticci che le permettono di ancorarsi facilmente a qualunque supporto, foglie persistenti o semi-persistenti, palmatofite a 5-7 segmenti, di colore verde scuro, fiori larghi anche 8-12 cm, attiniformi, ermafroditi, ascellari e solitari di circa 10 cm di diametro, di colore bianco-verdastro, con 5 petali bianco-rosati, 5 sepali che circondano una doppia corona di filamenti bianchi, blu, purpureo-scuro, lilla o violacei, che a loro volta circondano le antere dorate, 5 stami e gineceo con 3 carpelli dai grossi stimmi, fioriscono nei mesi estivi da giugno a settembre, i frutti sono bacche oblunghe globose edùli, con arillo carnoso contenenti numerosi semi.
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martedì 22 giugno 2010
Palermo : MISTERI


Nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969 alcuni ladri entrano nell'Oratorio di San Lorenzo a Palermo, e rubano un grande quadro che sta sull'altare maggiore dall'ottobre del 1609. È una tela della Natività coi Santi Lorenzo e Francesco, ed è l'ultima opera dipinta in Sicilia dal Caravaggio che, subito dopo, era partito per Napoli (nel luglio dell'anno seguente l'artista morirà su una spiaggia di Porto Ercole, in Toscana).
A tutt'oggi, , il quadro non è stato ancora recuperato, e molti ritengono che possa essere andato distrutto già da molto tempo. Forse... Ma del "Caravaggio" perduto ogni tanto si parla, nel corso di questi lunghi trascorsi. E oggi sappiamo molte cose.
Da stralci di notizie di cronaca degli anni scorsi.
"Sappiamo che uno dei ladri è stato Francesco Marino Mannoia, appartenente alla famiglia mafiosa dei Bontade e ora "collaboratore di giustizia" o pentito. In una udienza del 5 novembre 1996, relativa al "processo Andreotti", Mannoia racconta come è avvenuto il furto: la tela è stata staccata dalla cornice con una lametta da barba (!) e poi arrotolata per trasportarla meglio. Aggiunge che queste operazioni l'hanno molto rovinata e che quando l'acquirente l'ha vista si è messo a piangere. Conclude affermando di aver distrutto il quadro, perché ormai invendibile "
Che la mafia possa aver fatto distruggere un Caravaggio, per quanto rovinato, pare incredibile. Del resto, notizie sul quadro riemergono di tanto in tanto , e sempre in relazione alla mafia.
< La notizia più clamorosa la racconta Giovanni Brusca, altro mafioso pentito come Mannoia.
Brusca dice che la mafia, dopo le leggi speciali antimafia seguite alla morte di Falcone e Borsellino nel 1992, ha cercato di "trattare" con lo Stato Italiano: opere d'arte trafugate, tra cui la tela di Caravaggio, in cambio della modifica del 41bis, un articolo di legge che impone ai mafiosi il carcere duro, impedendo loro ogni comunicazione con l'esterno. Pensateci, dicono i mafiosi, perché "una persona, per quanto importante, può essere sostituita. Un'opera d'arte, persa una volta è persa per sempre".>
Misteri,..... rimane deprimente ancora oggi dopo tanti anni, entrare nell'Oratorio di San Lorenzo e trovarsi difronte ad una grande fotografia
che ricorda il capolavoro scomparso.
Sgarbi: “la Natività di Caravaggio non è stata rubata dalla mafia. E presto riapparirà”
Scritto in data 29/10/2019, 00:08:02
In occasione del cinquantesimo anno dal furto della Natività di Caravaggio dall’oratorio di San Lorenzo a Palermo (era la notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1969), pubblichiamo un video che include un intervento dello storico dell’arte Vittorio Sgarbi sulle circostanze del furto. Le dichiarazioni non erano ancora state prese in considerazione dalla stampa: il video è tratto da un paio di incontri organizzati da Panorama d’Italia: I tre Caravaggio, del 27 settembre del 2018 (Roma, chiesa di San Luigi dei Francesi), e Alla scoperta dei tesori nascosti di Palermo, del successivo 10 ottobre (Palermo, Real Teatro Santa Cecilia).
Secondo Sgarbi, il furto della Natività non sarebbe da attribuire alla mafia, come si è sempre creduto. Il celebre storico dell’arte e personaggio televisivo cita fonti anonime che avrebbero segnalato che l’opera non è stata rubata dalla mafia, e che non è neppure andata distrutta. Inoltre, durante il suo intervento, Sgarbi si schiera a favore dell’ipotesi che vuole il dipinto eseguito da Caravaggio a Roma (attorno al 1600) e non in Sicilia.
Nella Natività, ha sottolineato Sgarbi durante l’incontro del Real Teatro Santa Cecilia, vediamo un “Caravaggio euforico, nel pieno della gloria, con una richiesta che gli viene dalla Sicilia di inviare, come avrà inviato per via di nave, questo capolavoro in cui si vede il san Lorenzo bellissimo con la sua dalmatica a richiamare l’oratorio, e poi il tema della Natività con una delle figure più incredibili che la pittura abbia mai concepito, cioè un san Giuseppe con i capelli bianchi corti e forse anche dei tatuaggi, che sembra David Bowie”.
“Io non ho mai visto una figura così”, ha aggiunto Sgarbi, “perché non lo vedi di faccia, ti gira le spalle, ha i capelli tagliati corti, tutti bianchi ma è sicuramente non un vecchio e, preso atto che dovrebbe essere la figura di san Giuseppe, è tra le figure più originali e anomale di questa figura che normalmente viene rappresentata con la barba, con un uomo anziano, secondo le categorie... poi ha, vedete, dei pantaloni attillati come dei collant, si vede male perché la fotografia non voleva richiamare il dipinto di Caravaggio ma gli stucchi di Serpotta”. Di seguito, il video con le dichiarazioni sulla Natività (qui invece il link per il video integrale dell’incontro di Roma) e le trascrizioni delle affermazioni di Sgarbi sul furto del dipinto.
Alcune foto di Palermo



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Agrigento Il tempio della Concordia.
Il tempio deve la sua denominazione ad una iscrizione latina con dedica alla Concordia degli Agrigentini rinvenuta nelle vicinanze al tempio ma che non ha con esso alcuna relazione.
L’edificio, costruito in calcarenite locale, è di stile dorico (440-430 a.C.), poggia su un basamento di quattro gradini e presenta sei colonne sui lati brevi e tredici sui lati lunghi. L’interno era suddiviso in tre vani quello centrale (cella) era preceduto da un atrio di ingresso (pronao) e seguito da un vano posteriore (opistodomo), questi ultimi avevano due colonne antistanti; ai lati della porta della cella si trovano le scale di accesso al tetto. L’interno e l’esterno del tempio erano ricoperti da un rivestimento di stucco bianco sottolineato da elementi policromi. Le dodici arcate ricavate nei muri della cella e le tombe scavate nel pavimento sono dovute alla trasformazione del tempio in basilica cristiana, grazie alla quale l’edificio deve il suo ottimo stato di conservazione. Infatti,secondo la tradizione, verso la fine del sec VI. d.C.il vescovo Gregorio si insediò nel tempio e lo consacrò a Santi Apostoli Pietro e Paolo dopo aver scacciato i demoni pagani Eber e Raps che vi risiedevano. La persistenza di una duplice dedica ha fatto pensare ad alcuni studiosi,che oginariamente il tempio fosse dedicato ai Dioscuri Castore e Polluce. Sulla roccia affiorante a Ovest del tempio si estendeva la necropoli paleocristiana (III-VI sec. d.C.) correlata alla trasformazione dell’edificio in basilica, comprendente un vasto settore di sepolture all’aperto (subdivo) scavate nel banco roccioso e un’ampia catacomba comunitaria con vari ipogei destinati a nuclei familiari; a Est del tempio sono visibili una serie di tombe ad arcosolio ricavate nello spessore del costone roccioso che aveva costituito la base delle fortificazioni di età greca. Numerosi restauri sono stati eseguiti a partire dal 1788, quando ad opera del Principe di Torremuzza furono rimosse le ultime strutture relative alla chiesa cristiana, sino agli ultimi interventi di tipo statico e conservativo delle superfici lapidee effettuati dal Parco .
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domenica 20 giugno 2010
Agrigento

AGRIGENTO
Te invoco città di Persefone, città la più bella fra quante albergo son d’uomini o amica del fasto che presso Acragante ferace di greggi, ti levi sul clivo turrito.
(Pindaro ode Pitia XII).
Questo canto di Pindaro, elevato alla magnificenza dell’antica Akragas, quando nel suo viaggio in Sicilia, ospite alla corte di Ierone di Siracusa, del quale, con Bacchilide, ne celebrò la vittoria olimpica del 476, definisce, con vivido spunto poetico, la bellezza e l’opulenza di questa grande metropoli dell’antichità.
I natali di Akragas (l’Agrigentum dei Romani), risalgono al sesto secolo a.C. ad opera dei coloni rodii e cretesi che nel 690 avevano fondato con Aristonoo e Pistilo, la città di Gela. Nel 570, Falaride, cui vennero attribuite leggendarie crudeltà, quale la tortura del toro di bronzo arroventato ove introduceva suoi oppositori, facendoli perire crudelmente, si impadronì del potere.
Nella realtà, Falaride, rendendola indipendente da Gela, fu il primo grande artefice dello sviluppo di Akragas. La città crebbe rapidamente espandendo la sua influenza e i confini del proprio dominio, ai territori circostanti.
Con Ierone (488-473), Agrigento estese la sua potenza alle coste tirreniche sino ad Imera. Qui, in alleanza con Gelone di Siracusa, sconfisse, nel 470 a.C., i Cartaginesi. Alla morte di Terone http://it.wikipedia.org/wiki/Terone, il potere passò al figlio Trasideo che venne allontanato dalla città, dopo solo due anni di governo e venne instaurato una sorta di governo democratico, con un consiglio eletto direttamente dal popoio.
Ispiratore della costituzione democratica fu il grande scienziato, medico e sacerdote Empedocle, il più illustre figlio dell’antica Akragas.
Per circa 60 anni, Akragas, godette uno straordinario periodo di pace e benessere, dedita allo sfruttamento del fertile territorio e abbellendo la città di grandiosi monumenti e pubblici edifici. Durante la guerra fra Atene e Siracusa del 415 a.C., mantenne un atteggiamento neutrale, continuando a rendere più potente e grandiosa la città, dedicandosi a lucrosi traffici commerciali. Diodoro narra che, in questo periodo, raggiunse i 200.000 abitanti e un vertice di ricchezza e bellezza unico nella sua storia.
NeI 406, Akragas, non seppe opporre una valida resistenza all’esercito cartaginese. Dedita com’era più alle arti e ai piaceri della vita che alla pratica delle armi, venne incendiata e saccheggiata nella battaglia del Crimiso del 339 dalle schiere di Annibale e Imilcone. Il vincitore dei Cartaginesi, Timoleonte di Siracusa, la fece risorgere, riportandola al precedente splendore, tanto da esserne considerato il nuovo fondatore.
Passata una prima volta sotto il dominio romano nel 262, ricadde sotto i Cartaginesi (255) e quindi definitivamente assoggettata dai Romani nel 210 a.C.
Nei secoli seguenti Agrigento subì la sorte e le vicende politiche delle altre città siciliane. Dominata dai Bizantini in una fase di profondo decadimento, venne occupata nell’827 d.C. dai Saraceni che le mutarono il nome, chiamandola Girgenti (dall’arabo Gergent).
I Normanni, che la occuparono nel 1087, ne fecero un’importante diocesi e verso la fine del XIII sec. appartenne, per alcuni decenni, alla nobile famiglia dei Chiaramonte.
Svevi, Angioini e Borboni la tennero sotto il loro dominio, sino all’impresa garibaldina dei Mille del 1860.
Insorse contro i Borboni e partecipò attivamente alla guerra di indipendenza per l’unità d’Italia.
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venerdì 18 giugno 2010
Cefalù -Meta turistica d'Europa
foto elioarte di Buggè Elio

Su un promontorio di incomparabile bellezza, sulla costa tirrenica della Sicilia, si trova Cefalù, adagiata fra una rupe scoscesa sul mare e una splendida spiaggia di sabbia finissima.
Oggi Cefalù è un grande e organizzato centro turistico che nel corso dei secoli ha conosciuto varie civiltà di cui si hanno ancor oggi testimonianze; dal tempio di Diana che risale al periodo megalitico, ai resti greci, arabi e normanni come il famosissimo Duomo.
Iniziato nel 1131, il Duomo fu realizzato in momenti diversi con evidente mescolanza di stili; è un imponente struttura che con le sue due torri sembra dominare la città. Vi si accede da una bellissima piazza ornata di palme attraverso una splendida scalinata.
All’ interno si trovano dei maestosi mosaici su oro di arte bizantina tra cui ricordiamo l’imponente figura di Cristo Pantocrate nel catino absidale.
Oltre a moltissime opere pittoriche custodite nel Duomo, segnaliamo il Fonte Battesimale (XII sec.), la statua marmorea della Madonna col Bambino (1533),http://www.panoramio.com/photo/32747231
il sepolcro del vescovo Castelli (1788) e due organi del ‘700 con pregevolissimi decori.
Una piccola porta posta all’ inizio della navata sinistra, ci porta al Chiostro, costituito da tre file di colonne binate che ricordano quelle di Monreale.
Sulla stessa piazza della Cattedrale si trovano il Palazzo Comunale, il vescovado, il seminario, Palazzo Pirajno, Palazzo Maria, l’oratorio del SS. Sacramento e Palazzo Legambi.
Affiancando il Palazzo Comunale si imbocca la via Mandralisca dove si trova l'omonimo museo. Al suo interno sono custodite le molteplici opere artistiche che il barone Enrico Pirajno di Mandralisca donò alla città alla sua morte.
Fra gli oggetti esposti ricordiamo in particolare dei fossili, una pregevole collezione di conchiglie, tavolette votive, monete, vasi tra cui un famoso cratere a campana raffigurante un pescivendolo mentre discute con un cliente (IV sec. a.C), e moltissimi dipinti tra cui spicca il “Ritratto d’ignoto” di Antonello da Messina (1470). Spostandoci da via Mandralisca raggiungiamo i resti della Chiesa di S. Giorgio (la Badiola) per arrivare poi al caratteristico “Lavatoio medioevale” alimentato da sorgenti di acque dolci e utilizzato soprattutto in epoca arabo-normanna. Nelle immediate vicinanze troviamo la Porta Pesca una porta che si affaccia sul porto dove attraccano i pescherecci.
Il mare particolarmente pescoso in questa zona, ha permesso una fiorente attività marinara.
foto elioarte di Buggè Elio
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martedì 15 giugno 2010
NOTO e Il barocco in Sicilia
LA CATTEDRALE - La grandiosa mole barocca del Duomo domina, dall’alto di una scalinata a tre ripiani successivi, la vasta piazza del Municipio e fronteggia l’armonioso Palazzo Ducezio,
opera dell’architetto Vincenzo Sinatra, sede oggi del Municipio Netino, cinto da un portico classicheggiante di elegante fattura.Il Palazzo Ducezio, sede del comune di Noto, trae nome dal condottiero che nel V° secolo a.C. si mise a capo delle popolazioni sicule, nel tentativo di contrastare gli eserciti greci.
All’interno, si trova il Salone di rappresentanza, chiamato anche Sala degli specchi, il cui soffitto è adornato da un grande affresco databile agli ultimi anni del XVIII secolo, che raffigura “Re Ducezio indica il sito dove trasferire Noto, sua patria”.
L’ambiente, a pianta ovale, ha arredamenti stile Luigi XV e decorazioni al soffitto stile liberty, originariamente era adibito a piccolo teatro e successivamente a sala consiliare, oggi, come nel passato recente, il Salone accoglie visitatori illustri quali: sovrani, presidenti, principi, cardinali, ministri e ambasciatori. Viene utilizzato anche per cerimonie importanti.
L’interno della Cattedrale di Noto , ricostruito dopo il crollo del 13 marzo 1996,
ha tre navate con varie cappelle laterali dai preziosi altari marmorei, conserva nel transetto a destra, la Cappella di S. Corrado ove sono esposte le reliquie di S. Corrado Confalonieri, patrono di Noto, nell’urna d’argento, opera del 1566 di Claudio Lo Paggio.
Noto: il tracciato urbano, nel XVIII sec., e la sua sistemazione venne realizzato su disegno di Giovani Battista Landolina con la rilevante partecipazione degli architetti Rosario Gagliardi, Paolo Labisi, Vincenzo Sinatra, Saverio Sortino e A. Mazza, quasi tutti originari della Città.
La misura urbanistica del disegno architettonico, nelle sue linee essenziali, si richiama, facendone un ammirabile esempio, alle teorie urbanistiche di Ippodamo di Mileto. L’impianto urbano di tipo Ippodameo si esprime attraverso l’omogeneità architettonica degli edifici tutto delle eminenti doti artistiche degli architétti e delle maestranze artigiane del luogo che crearono capolavori originalissimi, lavorando la caratteristica pietra color oro proveniente dalle cave locali. L’arteria principale, il corso Vittorio Emanuele lungo 800 metri attraversa tutta la parte monumentale della città, allargandosi in successione su tre piazze, con un ammirevole effetto scenico delle prospettive, reso dalle monumentali scalinate che salgono il declivio del colle, sulle quali si affacciano dimore patrizie, di notevole rilievo architettonico barocco e neoclassico.
Se a Palermo, e in altre città settecentesche della Sicilia, sono prevalenti negli edifici gli elementi strutturali del barocco, gli architetti Netini e soprattutto il Gagliardi che ebbe un ruolo prevalente nella sistemazione urbanistica della città, fecero valere in una sublime fusione, gli elementi decorativi con quelli scenografici, da cui Noto ricava, nell’assetto urbano, il suo peculiare carattere,
esempio singolo in Sicilia.
Ippodamo di Mileto, primo architetto di cui ci sia giunto il nome che sfruttò l'opportunità di costruire le città secondo schemi planimetrici regolari, introducendo nel mondo greco la pianta "a griglia", cioè con le strade che si intersecano ad angolo retto, delimitando ordinatamente i quartieri residenziali, gli edifici pubblici e i mercati. Sosteneva inoltre che la città ideale avrebbe dovuto ospitare al massimo 10.000 abitanti, divisi in tre classi: quella degli artigiani, quella degli agricoltori, e quella degli armati, i difensori della patria.
Lo schema attribuito a Ippodamo, detto appunto schema ippodameo, si basava su tre assi longitudinali chiamati πλατείαί, plateiai (in latino decumani), orientati in direzione est-ovest, intersecati da assi perpendicolari chiamati stenopoi (cardines), orientati in direzione nord-sud: l'intersezione di questi assi veniva a formare isolati rettangolari di forma allungata.
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