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venerdì 14 dicembre 2018
giovedì 13 dicembre 2018
Birmania o Myanmar templi di Bagan
Conosciuta anche come Pagan, Bagan in Birmania è formalmente nominata come Arimaddanapura, e fu la vecchia capitale di parecchi regni antichi che gettarono le basi per l’ascesa della cultura e della lingua birmana, la diffusione della etnia Bamar e del buddismo Theravada in tutto il paese. Situata sulle rive del fiume Irrawaddy (Ayeyarwady) a Bagan c’è la più alta concentrazione di templi buddisti, pagode e stupe del mondo. L’architettura di ogni tempio ha un importante significato per il Buddismo. Qui non si può fare altro che fermarsi ad ammirare, in silenzio, la storia antica che riprende vita sotto i raggi del sole che la illumina da secoli. Bisogna respirarla, assorbirla, lasciarsi avvolgere. Il duro lavoro e la profonda devozione degli uomini che hanno edificato le migliaia di templi e stupe sono ancora tangibili. Non essendo protetti dal vento, i templi vengono levigati dalle particelle di sabbia, che erodendo i rivestimenti di stucco scoprono i mattoni rossi e che prendono sfumature dorate quando sono illuminate dalla luce del sole all’alba e al tramonto. A Bagan si fa a gara ogni giorno per riuscire ad accaparrarsi il posto migliore da dove contemplare questo meraviglioso spettacolo che da solo vale il viaggio in Birmania. Nonostante la valle di Bagan sia uno dei luoghi più turistici del paese, è importante ricordare che è principalmente un luogo sacro e spirituale e quindi come tale va rispettato, facendo attenzione a dove si cammina, e che qualunque mattone, anche qualcuno caduto a causa di un terremoto o di semplice instabilità, ha un valore religioso.
Lo spettacolo dei templi di Bagan è unico e suggestivo, una completa immersione nella storia della Birmania, nella sua cultura e profonda spiritualità. Tiziano Terzani ha scritto una volta che Bagan è uno di quei luoghi che “ti rende fiero di appartenere alla razza umana”. È un luogo commovente, dove entrare in contatto con l’Umanità e la sua grandezza. La valle dei templi di Bagan è costellata da migliaia di templi ed affascina per la sua maestosità. Qui il tempo si è fermato, per preservare questi templi così simili tra loro ma tutti significativamente differenti. Immobili testimoni di un’epoca che fu, protetti nel loro austero isolamento che gli conferisce un incanto mistico ed ineguagliabile. È il testamento più solenne della profonda religiosità della popolazione e dei governanti del Myanmar.
India Agra
Se ti trovi in India, come puoi non prenderla in
considerazione?! Agra è infatti sinonimo di una
delle Sette meraviglie del Mondo Moderno: il Taj Mahal.
Se Agra, città di 1,4 milioni di abitanti nella
regione dell’Uttar Pradesh è così famosa, lo deve al suo imponente Taj Mahal,
Il monumento incanta l’India e il mondo intero dal
1653 tanto che il celebre poeta bengalese Tagore lo ha celebrato come “lacrima
sul volto dell’eternità”. Oltre a Tagore furono molti gli scrittori che spesero
fiumi di parole per descriverlo. Il poeta inglese Kipling lo definì “l’incarnazione di ogni purezza”, mentre l’imperatore Shah Jahan
– colui che promosse l’edificazione del monumento – affermò che il Taj Mahal
sarebbe stato in grado di far commuovere perfino il sole, la luna e gli astri.
Ma ad Agra non c’è
solo il Taj Mahal e accanto ai suoi giardini si trovano numerose opere
architettoniche di pregio.
domenica 11 novembre 2018
Tanzio da Varallo
proprietà collezione elioarte
artist Antonio d'Enrico.called Tanzio da Vara/lo
ltaly Rialed'Alllgna VC 1575 /1580- 1635
media Oil foncanvas datecirca 1628
dimensions 130x96 cmtipe o/ artwork Painting
tille Elisabetta morente consegna la prole agli Angeli
La vecchia Elisabetta /ugge con il figlio in un luogo solitario. Svelti gli Angeli recano soccorso e aiuto.Morente ad essi affida il dolce
neonato;infine,morta,è portata nel più
alto dei cieli.
Antonio d'Enrico, detto Tanzio da Varallo, o semplicemente il Tanzio (Alagna Valsesia, 1582 circa – Varallo (?), 1633), è stato un pittore italiano, tra i migliori interpreti di quel fervore di rinnovamento artistico che, in Piemonte e in Lombardia, si espresse, in modi diversi, sulla scia del lascito di spiritualità di San Carlo Borromeo e dell'Arte della Controriforma.
Già più volte segnalata da Roberto Longhi, la sua produzione artistica uscì dal modesto interesse riservatole sino ad allora dagli storici dell'arte, per merito di Giovanni Testori che, con l'esposizione torinese del 1959-60, contribuì in modo decisivo ad affermare la statura artistica del pittore di Alagna.
Tanzio da Varallo incontra Caravaggio. Pittura a Napoli nel primo Seicento. Catalogo della mostra (Napoli, 24 ottobre 2014-16 gennaio 2015)
mercoledì 31 ottobre 2018
Simbolismo Le colonne del tempio di Salomone
Il Tempio massonico è non soltanto
il luogo dove i Liberi Muratori si riuniscono “per lavorare al Bene ed al
Progresso dell’Umanità ed alla Gloria del GAUD”, ma soprattutto è quello spazio
reso sacro dove, nell’unione spirituale SIMBOLISMO DELLE COLONNE DEL TEMPIO fra
i Fratelli, si realizza la congiunzione con il Trascendente, con il
Divino. Il Tempio va da Oriente ad Occidente e da Settentrione a Mezzogiorno
e dallo Zenit al Nadir. Le sue dimensioni sono quindi senza misura,
senza limiti: è dunque la rappresentazione del Cosmo, dell’Universo che si
estende verso l’infinito azzurro. Ecco perché la Massoneria dei primi tre gradi
è conosciuta anche come Massoneria Azzurra.
Il Tempio fisico tradizionalmente si
stende dall’Occidente, che allude alla “manifestazione”, al Creato, fino
all’Oriente, rappresentazione del Trascendente, dello Spirito Divino, il suo
asse maggiore risulta essere parallelo all’equatore, quindi è “orientato” e ciò
per indicare ai Fratelli la via verso la Luce.
Il Tempio massonico possiede un solo
ingresso ed è senza altre aperture, è evidente l’allusione alla “caverna
iniziatica”. Al suo interno la presenza di un gran numero di simboli è da
sempre motivo di meditazione ma anche di unione per i Fratelli, in quanto li
accomuna nella medesima ricerca e nel contempo ne sacralizza il Lavoro.
L’interpretazione di questi simboli se da una parte ci proviene dalla
tradizione o per meglio dire da più tradizioni, dall’altra è affidata alla
cultura, alla sensibilità ed alla capacità d’intuizione dei Fratelli, che sono
lasciati liberi di spaziare, e per ciò non soltanto di accrescere conoscenza e
comprensione, ma anche di affinare la propria parte intuitiva.
Le due Colonne poste subito a destra
ed a sinistra dell’ingresso al Tempio ricordano quelle del Portico
del Tempio di Salomone. La colonna di sinistra ha nome Boaz, (proavo di re
David) che significa “la forza, la fermezza”. La seconda posta a destra ha nome
Jakin (il sacerdote che inaugurò il Tempio di Salomone), che letteralmente vuol
dire “la stabilità, che Dio l’ha fermata”. I due nomi insieme si traducono
dall’ebraico: “Dio rende stabile, nella sua forza, il Tempio”. Secondo alcuni
autori le due colonne del Tempio di Salomone si riferivano a Javeh, la Divinità
che con la sua forza rende stabile e quindi regge il Tempio. La J iniziale di
Jakin corrisponde allo Jod ed indica il maschile-attivo-solare e la B di Boaz
indica la Beth il femminile-passivo-lunare, insieme simboleggiano il
bipolarismo quel duale che è caratteristica fondamentale della Natura.
Infatti Jakin e Boaz corrispondono alle Sefiroth Netzah e Hod, che formano con
Jesod il triangolo inferiore, alludendo così alla potenza fecondatrice di Dio
che si esplica nella Natura.
Solo all’inizio del XIX secolo, in
tempi relativamente recenti, le colonne B e J furono definitivamente issate,
conformate e collocate nel Tempio massonico così come ora noi le vediamo, anche
se la loro comparsa nei catechismi e in Loggia iniziò a far data sin dai primi
anni del ‘700 in Scozia. Infatti se ne ritrovano tracce nel Catechismo del Ms.
Edinburg Register House. Inizialmente furono utilizzate come emblema dei due
Sorveglianti successivamente comparvero anche nei Quadri di Loggia.
La colonna Jachin corrisponde al
Primo Sorvegliante e la colonna Boaz al Secondo Sorvegliante, entrambi sul loro
altare detengono tuttora il simulacro della corrispondente colonna. Inoltre il
fatto che le parole sacre dell’Apprendista e del Compagno corrispondono ai nomi
di queste due Colonne, fa ricordare l’antica altra funzione che costruendole
Hiram di Tiro diede loro; erano state fuse in bronzo(1) (18 cubiti di altezza e
12 cubiti di circonferenza, i capitelli 5 cubiti di altezza) ed erano
internamente cave, di guisa che ciascuna colonna potesse contenere il
salario del grado corrispondente. Tradizionalmente i colori delle due colonne
corrispondono alla rispettiva natura, Jakin viene raffigurata in rosso (sole) e
Boaz in bianco (luna) ma anche in nero.
·
“Le due colonne sono di bronzo, un materiale che resiste all’usura del tempo ,idoneo quindi a preservare intatta
l’ortodossia muratoria”.
La colonna Boaz, che possiede un
capitello dorico, rappresenta la Forza, che rende salda la costruzione
dell’Opera, la Gloria, intesa come convergenza di suono e luce, e l’amore che
sostiene i Fratelli nella edificazione del Tempio. Mentre il carattere
universale della Massoneria è simbolicamente rappresentato dal globo
posto sulla sommità.
La colonna Jakin, che presenta sulla
sommità un capitello corinzio, simboleggia la perfezione nella Bellezza, che
irradia e rende compiuti gli architettonici lavori di Loggia, come anche allude
alla perfettibilità che ogni massone deve perseguire attraverso l’Arte Reale
che apprende in Officina. Le tre melagrane poste sul capitello di questa
colonna simboleggiano “la moltitudine dei Fratelli sparsi nell’Universo, il
loro vincolo di solidarietà e la protezione che ad essi deriva dalla scorza
amara di questo frutto”. La melagrana è anche simbolo di fecondità, in quanto
rappresenta “il processo biologico naturale e il tempo della maturazione del
frutto per poi cadere, fecondare e rigenerare”.
Da Erodoto sappiamo che nei più
antichi Templi fenici la Divinità aveva per immagine due stele. Le Colonne
erano la rappresentazione, il duplice aspetto, del Principio animatore di tutte
le cose: il Fuoco, che tutto vivifica, corrispondente alla Colonna Boaz ed il
Vento, ovvero l’Aria che tutto avvolge, alla Colonna Jakin. I Fenici, che erano
grandi navigatori, costruiranno le Colonne d’Ercole fra le due sponde dello
Stretto di Gibilterra, come a disegnare i confini del mondo conosciuto.
La struttura colonnare ricorda i
tronchi d’albero anticamente utilizzati per lacostruzione di Templi e di altri
edifici. La colonna anticamente era anche un simbolo fallico; infatti gli antichi,
vedendo che la vita misteriosamente scaturiva dall’atto sessuale, iniziarono ad
usare il simbolo fallico per esprimere il mondo delle cause, la ragione prima
dell’esistenza, l’espressione della capacità creativa sia dell’Uomo che
della Divinità.
Le due Colonne originano comunque
dalla Tradizione come simbolo che ritroviamo nei due obelischi posti
all’ingresso dei Templi e delle tombe egizie, ma che riconosciamo anche nelle
due torri della facciata delle cattedrali gotiche.
Tra le due Colonne nel Tempio massonico scorre una terza Colonna, invisibile
all’occhio fisico, in quanto priva di materia, perché spirituale, metafisica.
La colonna centrale rappresenta l’energia spirituale,la Luce della Sapienza
Divina ,che è presente in ogni aspetto della ”manifestazione”. Essa corrisponde
alla colonnina situata sull’altare del Maestro Venerabile e che resta issata
per tutta la durata dei Riti. La terza colonna quindi allude chiaramente al
Maestro Venerabile ed alla sua capacità di
illuminare “ i Fratelli con la sua scienza muratoria.
Tutte e tre le Colonne sono poste specularmente all’Albero Sefirotico ( o albero della vita) che trova ideale
collocazione in verticale all’Oriente.
La Colonna cava è la stilizzazione
estremamente sintetica dell’uomo, nella sua posizione eretta, la cui “cavità”
interna acquista un pregnante significato: la privazione degli organi
vegetativi sostituiti dai tesori della saggezza iniziatica. In tal modo le due
Colonne sono già una prefigurazione del Tempio interiore che l’iniziato deve
costruire svuotando l’interno del suo corpo da ogni pesantezza saturnina.
Insieme le due Colonne J e B
alludono alla dualità fenomenica, al bipolarismo insito nella struttura
ontologica della manifestazione, sono la rappresentazione della natura binaria
del mondo del divenire, dove sono presenti energie contrapposte, spesso
antitetiche. Nell’uomo queste devono essere dominate e riequilibrate, le spinte
da conflittuali devono essere rese complementari o per meglio dire
“cospiranti”, sviluppando i centri mediatori della “Via di Mezzo”. Le due
stazioni principali dell’asse verticale, partendo dal coccige, sono il cuore
(Tifereth ), che sublima le energie primordiali equilibrandone le spinte, per
poi giungere al centro mediatore della testa (Kether), dove la coscienza
dell’uomo riacquista la propria libertà, ovvero il libero arbitrio.
Carissimi Fratelli, come abbiamo fin
qui potuto rivedere insieme, il simbolismo delle Due Colonne poste
all’Occidente del Tempio massonico possiede fondamentalmente due significati.
Uno riguarda la visione del Tempio come espressione del Cosmo, allora le Due
Colonne simboleggiano il Binario che è presente strutturalmente nel Creato:
luce - tenebra , vita-morte, ecc. ; e,
nell’ambito della Cosmologia moderna, l’energia gravitazionale (terrena) e
l’energia oscura (superiore); gli astrofisici infatti riconoscono
nell’equilibrio fra queste due tipologie di energia cosmica, dopo il “Momento
Iniziale”, la causa della continua armonica espansione dell’Universo
verso l’Infinito. La Terza Colonna allude in questa visione allo Spirito
Divino, all’Immanente che pervade il Cosmo creato e che ha la funzione di
riequilibrare e di rendere cospiranti le energie in contrasto fra loro.
Se invece
guardiamo al Tempio come uno spazio sacro dove si riuniscono i Liberi Muratori,
le Due Colonne alludono all’Uomo, all’iniziato, che lavora incessantemente per
affrancarsi dalla materialità, dalla pesantezza saturnina, e ciò in quanto
parte dell’Universo creato, anche l’uomo possiede, come tutte ciò che
appartiene al mondo del divenire, una struttura binaria. Questa configurazione
bipolare deve essere riequilibrata, la Terza Colonna qui allude a quella
scintilla di divino che è presente nell’uomo; sarà per mezzo di questa sua
parte divina che l’uomo può giungere al riequilibrio di quelle contraddizioni,
di quelle spinte contrastanti che sono a lui connaturate essendo costituito di
spirito e di materia. Mirare al perfezionamento interiore seguendo la via
iniziatica tradizionale, vuol dire rinvigorire la nostra parte spirituale
ricercando e utilizzando al meglio
quella scintilla di divino che è in tutti noi. Carissimi Fratelli concludo
questa mia Tavola sottolineando che è proprio nella Terza Colonna, invisibile
all’occhio fisico ma ben visibile all’occhio dello Spirito, che si determina
l’unione spirituale fra tutti i Fratelli per realizzare insieme quella
congiunzione con il Sacro, con il Trascendente, che rappresenta il fine ultimo
per cui noi Massoni ci riuniamo.
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Il tempio di Salomone
Il Tempio di Salomone
Una delle sette meraviglie
del mondo antico, basamento del trono di
Dio, centro della fede del popolo ebraico;
oggi ne rimane solo un frammento, il Muro
Occidentale, che ci dà però un’idea di
quella che dovette essere la grandiosità
dell’opera
d
Ricostruzione del Tempio di Gerusalemme al tempo del Re Erode
Alla morte di Davide, suo figlio, Salomone,
decise di proseguire nell’ideazione dell’opera
teorizzata da Re Davide, ovvero quella di
creare un grande Tempio da dedicare al Dio
d’Israele. Salomone stipulò con il Re Hiram di
Tiro un contratto, in base al quale
quest’ultimo avrebbe fornito i cedri delle
foreste, legno da sempre pregiatissimo,
unitamente a tutto il materiale necessario per
la costruzione della struttura. Ci vollero non
meno di tre anni solo per i preparativi della
costruzione, che avvenne con la supervisione
di architetti fenici, fra i quali il grande
architetto Hiram; la manodopera venne
reclutata fra esperti ebrei e prigionieri di
guerra, questi ultimi usati soprattutto per i
lavori pesanti, come lo squadramento e il
taglio dei blocchi di pietra che avrebbero
fatto parte della base del Tempio. Il luogo
scelto da Salomone era la sommità del monte
Moriah, spianata per l’occasione.
Dopo oltre sette anni, l’avveniristica
costruzione era pronta, in attesa di essere
consacrata a Dio; Salomone aveva deciso di
erigere il Tempio in onore di Dio anche per
custodirvi l’Arca dell’Alleanza, nella quale
erano custodite le Tavole della Legge, quelle
che Dio in persona aveva scolpito nella roccia
per darle a Mosè e al Suo popolo, e che
avevano sancito l’alleanza tra Israele e Lui.
Per l’Arca era stato costruito un
alloggiamento specifico, il Sancta Sanctorum,
il Santo dei Santi, il posto il cui accesso
era consentito solo a Salomone e al Gran
Sacerdote, che poteva visitare l’Arca solo nel
giorno dello Yom Kippur, pronunciando il
Tetragramma Sacro, il nome di Dio in ebraico.
All’interno, in un pozzo ancor più profondo,
era stata posta la Even shetiyyah, o anche la
pietra su cui Dio aveva fondato il mondo,
oltre ad un contenitore con la sacra manna,
con cui Dio aveva sfamato Israele dopo la fuga
dall’Egitto e la verga di Aronne, il portavoce
di Mosè presso il Faraone d’Egitto.
Il Tempio era considerato il basamento del
trono di Dio, e la parte più importante era lo
spazio vuoto (prima la parte del coperchio
dell’Arca dell’Alleanza delimitata dalle ali
dei serafini che vi erano scolpiti, poi il
Sancta Sanctorum) ch’era il luogo dove Dio
appoggiava i piedi.
La costruzione, ultimata, era possente e
bellissima; al posto detto cortile dei
sacerdoti, usato per i rituali sacri, si
aggiungeva la corte, che delimitava tutto il
Tempio, affollata da migliaia di fedeli. Oro e
argento abbondavano; erano d’oro per esempio
tutti i bracieri e i candelabri che
illuminavano la grande costruzione, che era
perennemente avvolta in una nube d’incenso.
L’altare principale era in bronzo massiccio,
di presumibile fattura e ideazione fenicia; il
suo costruttore, il grande Hiram, aveva
progettato il Tempio in maniera funzionale,
sugli schemi di altri templi esistenti in
Medio Oriente; come racconta Erodoto,
all’interno vi erano due colonne in oro
massiccio tempestate di smeraldi, chiamate
Jachin e Boaz; altre decorazioni ricordavano
le palme del giardino dell’Eden. Nel complesso
era una struttura meravigliosa, tanto che
Hiram, il suo costruttore, divenne il
«patrono» di tutti coloro che si ispirarono al
Tempio di Salomone per i loro riti esoterici,
specialmente i massoni. L’identificazione del
posto dove sorgeva il Tempio è stata collocata
sulla spianata sulla quale sorge, oggi, il
tempio di Omar. La bellezza del Tempio,
unitamente al suo fortissimo valore sacro,
alla grandezza dei tesori profusi, alla
presenza della sacra Menorah d’oro e dell’Arca
dell’Alleanza, ne faceva il fulcro della vita
spirituale degli Ebrei e di Israele.
Così, i numerosi nemici di quel popolo, nel
corso dei decenni successivi pensarono di
minarne la fede e l’unità distruggendone il
luogo sacro per eccellenza, il Tempio e il suo
Sancta Sanctorum. Soshenq, Faraone Egiziano,
che aveva con sé milleduecento carri e
sessantamila cavalieri, saccheggiò la capitale
d’Israele ed altre città e fortezze come
Rehov, Megiddo e Hazor. Il Faraone in seguito
citò queste sue conquiste sulle iscrizioni di
un monumento nel tempio di Amun a Karnak, dove
si trova attualmente la città egiziana di
Luxor, probabilmente attorno al 925 avanti
Cristo, quindi più o meno cinque anni dopo la
morte di Re Salomone. Il colpo decisivo lo
dette Nabuconodosor II, il Re Babilonese, che
nel 607 avanti Cristo, conquistò Gerusalemme e
depredò il Tempio asportandone tutti i tesori
che furono portati a Babilonia.
La storia del Tempio però non finisce qui.
Nel 515 avanti Cristo venne restaurato, pur
con sostanziali modifiche; Erode il Grande
contribuì poi a riportarlo in discrete
condizioni attorno al 19 avanti Cristo. Il
nuovo Tempio ovviamente non poteva
rivaleggiare con quello di Salomone: a parte
le distruzioni estese fatte dalle truppe del
Re Babilonese, mancavano tutti i tesori
fondamentali asportati: l’Arca dell’Alleanza,
il bastone d’Aronne, la sacra manna, le
colonne d’oro erano spariti per sempre, e di
loro non si sarebbe trovata più traccia. Nel
70 dopo Cristo Tito, Imperatore Romano,
intervenne a Gerusalemme per stroncare
l’ennesima rivolta contro i Romani; l’azione
fu spietata e radicale. Il Tempio venne
completamente distrutto, raso al suolo (si
salvò solo il Muro Occidentale, oggi
conosciuto come Muro del Pianto); i pochi
tesori rimasti, fra i quali una nuova Menorah
in oro massiccio, vennero depredati e portati
a Roma. Peggior sorte toccò alla popolazione.
Molti furono uccisi, molti vennero trasportati
a Roma in catene. Era la diaspora, che fu
completata dall’Imperatore Adriano, nel 135
dopo Cristo, che completò la distruzione della
città e l’allontanamento dei pochi rimasti.
Dieci secoli dopo, nella zona in cui c’erano
i resti dell’antico Tempio di Salomone, un Re
Cristiano, Baldovino II, successo a Goffredo
di Buglione, concesse ai Poveri Cavalieri di
Cristo, come quartier generale, un’ala del
monastero fortificato di Nostra Signora di
Sion, accanto a quello che era stato il Tempio
di Salomone.
Era nato l’Ordine dei Templari, che prese il
nome proprio dalla zona di insediamento in
Gerusalemme, il Tempio di Salomone.
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lunedì 29 ottobre 2018
Essere e divenire
maglietto e compasso
tavola posta da un Gran Maestro 33°
Da una relazione fatta da un fratello in una loggia massonica
ci siamo permessi di inserire questa tavola perché fa onore al fratello che l'ha scritta e porta a conoscenza del mondo esterno i lavori di pensiero che vengono svolti all'interno delle logge massoniche. intendendo, così, per il futuro, di pubblicare altri scritti che pur nell 'anonimato degli autori siano degne di pubblicazione.
tavola posta da un Gran Maestro 33°
Da una relazione fatta da un fratello in una loggia massonica
ci siamo permessi di inserire questa tavola perché fa onore al fratello che l'ha scritta e porta a conoscenza del mondo esterno i lavori di pensiero che vengono svolti all'interno delle logge massoniche. intendendo, così, per il futuro, di pubblicare altri scritti che pur nell 'anonimato degli autori siano degne di pubblicazione.
Quando alcuni giorni fa, il nostro Maestro Venerabile mi chiese di tracciare una Tavola su “Essere e Divenire”, non vi nascondo che sono stato preso inizialmente da una sorta di smarrimento. L’argomento, anzi gli argomenti, sono tosti, molto alti, investono la filosofia sin dall’antichità, ma anche la psicologia e la teologia. Allora ho compreso l’intendimento del M.V., questa Tavola non deve essere e non sarà una ricerca, una dissertazione ampia sul concetto di Essere e sul concetto di Divenire, proveremo invece a capire come questa Tavola, con un siffatto tema, possa inserirsi in un contesto esoterico ed iniziatico come quello della nostra Officina e, nel contempo, possa armonizzarsi con le tracce dei discorsi e dei ragionamenti fin qui svolti dai Fratelli in Loggia.
Penso che a tutti, com’è successo a me, sono venuti in mente Parmenide ed Eraclito, i due grandi filosofi dell’antichità che tanta influenza hanno esercitato nella storia del pensiero occidentale.
Tutti ricordiamo il “panta rei” di Eraclito, tutto scorre, diviene, si trasforma, lui pensava che mai uomo si sia immerso due volte nelle stesse acque di un unico fiume. Il Logos, cui si appellava questo filosofo, è “la ragion d’essere” delle cose, anima e vita il Logos è l’armonia segreta dei contrari. Seppure tutto si trasformi incessantemente, il risultato finale è un ordine universale, che nasce fondamentalmente dal conflitto fra Luce e Tenebra. Il Logos è Luce-Fuoco in un continuo divenire dal Nulla-Tenebra. Qui il concetto del divenire riguarda tutta la realtà.
L’Essere per Parmenide “è”, è immobile, immutabile ed eterno, è ingenerato e necessario: l’essere non può non essere. Se l’Essere è, non può essere non-essere, in altre parole non può accadere che non sia, questo è il principio di non contraddizione che sta alla base della logica.
Con Platone e i neoplatonici nascono i concetti di mondo sovrasensibile e del sensibile; vera realtà esistente, mondo dell’Essere, il primo, ombre e illusione di realtà, mondo del divenire, il secondo. Aristotele definisce come “filosofia prima”, che poi chiamerà metafisica, la scienza che studia l’essere in quanto essere, ed introduce il concetto di “sostanza” che, nel caso dell’essere, è l’esseità, la sostanza è essere in sé, non abbisogna d’altro per essere.
Nel soggettivismo moderno di Cartesio, si distingue l’essere formale, che esiste indipendentemente dal pensiero umano che lo riguarda, e l’essere obbiettivo che, contenuto nella mente, è rappresentativo di una “cosa” nel pensiero di qualcuno, cioè un’idea mentale. In entrambi i casi, ci si trova di fronte al soggetto che pensa l’essere. Cartesio sposta in tal modo la questione, il punto non è, come nella metafisica classica, dimostrare l’esistenza dell’essere, bensì il rapporto che il pensiero degli uomini ha con l’essere: non solo il “cogito ergo sum”, ma anche se questo rapporto sia di esteriorità o di interiorità.
L’essere è la categoria da cui inizia la logica di Hegel, per questo filosofo l’Assoluto è essere, pensato nella più completa astrazione: solo essere. Pertanto l’essere è identico al “nulla”, mi sovviene qui l’Ain Soph (il Nulla) della Cabala che, non potendosi esprimere nel limitato mondo fisico, si esplicita per mezzo delle sue dieci Sephiroth.
Ma lo stimolo alla speculazione ontologica della categoria dell’essere, come esistenza dell’uomo moderno, ci giunge da Shakespeare con il “to be or not to be” (essere o non essere), che rappresenta quel passaggio, nel corso della vita umana, nel quale l’uomo si ritrova solo, sperduto nel severo flusso del mare del tempo. Amleto come Dante, perso nella “selva oscura”, sente il bisogno di un approdo, di un riparo sicuro, ma soprattutto avverte la necessità di dare un senso al “viaggio” del vivere. Il giovane principe, nel famoso monologo, indaga negli abissi del suo intelletto, ragiona sui motivi per cui vale la pena vivere, pur soffrendo dolorosamente le ingiustizie inflitte dal destino, e riflette se combattere, vivere la vita (essere), abbandonarsi al sogno, vegetare (dormire), o rinunciare alla vita (non essere).
Dante, in quanto iniziato, viene fuori dalla “selva oscura” attraverso un percorso alchemico di catarsi e di spiritualizzazione, la via umida, che lo porterà alla salvezza e alla deificazione.
“Uno è il Tutto, e per mezzo suo il tutto, e verso di lui il tutto: se il tutto non contenesse il tutto, il tutto sarebbe nulla”(Ermete Trismegisto, Codice Marciano)
Questa è l’idea di fondo dell’ermetismo, non è un concetto filosofico, essa ci dice che l’uomo è parte di un Tutto-Uno, dal quale procede e verso il quale tende a ritornare. Questo concetto porta di là dell’antitesi fra materiale e spirituale, fra mondo e sovramondo. Ecco perché Zaccaria può così affermare: ” Se diciamo spirituale la nostra materia non mentiamo. Se la dichiariamo celeste, è il suo nome vero. Se la diciamo terrestre, diciamo con esattezza”.
I concetti di Essere e di Divenire per gli iniziati, che incessantemente percorrono la via iniziatica, assumono un significato altro, profondo, che va aldilà delle categorie filosofiche, che abbiamo sommariamente citato in questa Tavola. Il Cosmo è ordine, armonia e bellezza, perché governato dall’Anima Mundi. Lo Spirito pervade ogni parte del mondo materiale, anche nell’uomo vi è questo Spirito divino. L’Essere, con tutte le sue caratteristiche, è in noi, in tutti gli uomini. L’uomo essere intellettuale, a differenza della materia bruta, può prendere coscienza di questa presenza nel proprio Sé. Lo strumento è come sappiamo il V.I.T.R.I.O.L., che ci permetterà quella trasformazione, quel Divenire del nostro essere, alla ricerca della nostra essenza: del nostro Essere.
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