auto antiche e moderne

mercoledì 10 febbraio 2021

Cesare Gheduzzi

 Cesare Gheduzzi (Crespellano 1894 – Torino 1943)

 

Flavio Bonardo


 

 

 

 

Cesare Gheduzzi - Ponte di Rialto - Già mercato antiquario

 

 

 

 Alcuni anni fa uno sketch pubblicitario televisivo, terminava con il protagonista che pronunciava una frase fatidica: “…E l’ultimo chiude la porta”. Ma Cesare Gheduzzi, ultimo di una famiglia di pittori (il padre e tre fratelli) non ha chiuso nessuna porta anzi, ha aperto un portale sulla pittura figurativa piemontese del primo Novecento. In merito, Giuseppe Luigi Marini ha scritto: “I quadri di Cesare Gheduzzi denunciano un determinante debito ai modi espressivi del suo maestro Carlo Follini dove, nella larga produzione di paesista e di marinista, pur nell’evidenza di una sempre rintracciabile e ravvisabile matrice folliniana, sono individuabili i caratteri distintivi, ben formati di una personalità autonoma: simili a quelli di Follini gli stilemi di figurette e di risalti luminosi ma, in Gheduzzi risolti ora con secchezza e colori freddi”.  E aggiungo: con una luce che, specie nelle Veneziene indora tutto il dipinto.

 

Cesare Gheduzzi nacque a Pragatto frazione di Crespellano il primo di maggio del 1894 da Ugo (Pittore e Scenografo) e da Giuseppa Fornaciari, ultimo di quattro maschi, preceduto da Augusto, Giuseppe e Mario.

 

Il padre, diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, nel 1874 era stato nominato –aiuto scenografo- al Teatro Regio di Torino sotto la direzione del suo corregionale il professor Augusto Ferri (1829 – 1895) che dopo il 1880 gli cederà la direzione. Il 20 di settembre dell’anno 1900 all’età di sei anni, Cesare con la madre e gli altri componenti della famiglia raggiunsero la capitale Sabauda dove già vivevano il genitore con il primogenito. In un contesto del genere, Cesare non poté essere altro che pittore. I primi insegnamenti li ebbe dal padre ma a farsi carico della sua crescita artistica fu il fratello Augusto (1883–1969) rigido nell’insegnamento del disegno e della prospettiva. Di carattere un po’ ribelle, Cesare non pensò mai d’iscriversi all’Accademia Albertina di Belle Arti e come lui anche il fratello Mario mentre il secondogenito Giuseppe smise gli studi accademici dopo aver completato il biennio lasciando così che, a vantarsi d’aver terminato gli stessi, fosse soltanto il maggiore di loro: Augusto. Anche Cesare come i fratelli si aggregò al padre nel lavoro scenografico che impegnava veramente tutti i componenti della famiglia ma questo, non gli vietò di coltivare la pittura specie quella di paesaggio.

 

 

Cesare Gheduzzi - Cesare Gheduzzi - Campagna piemontese con contadina - Collezione privata

 

Nella Torino di quegli venti del novecento ebbe modo di conoscere tanti artisti, alcuni dei quali già consolidati nella fama e di questi apprezzarne gli stili. Il dipinto qui pubblicato e titolato –Campagna piemontese con contadina- e perfettamente inserito nei modi di Enrico Reycend, dove anche la figurina ben dritta sul busto non è ancora uno stilema di derivazione folliniana. Nel 1914 i venti di guerra fischiavano alle porte e anche Cesare oramai ventenne fu chiamato a visita di leva. Carlo Alfonso Maria Burdet (architetto, pittore, poeta e storico) nel suo – I Gheduzzi tra Otto e Novecento-narra che Cesare chiamato a visita di leva il 17 aprile 1914 non si presentò e pertanto fu dichiarato renitente ma in una successiva chiamata in data del 14 maggio ne ottenne la cancellazione e fu considerato rivedibile per deficienza toracica. Gustosa è poi la scheda compilata dal tenente medico durante la visita di leva, che così lo descrisse: “Altezza cm. 162, torace di cm. 79, capelli lisci e neri, naso greco, mento giusto, occhi grigi, colorito roseo, dentatura sana, sa leggere e scrivere e di professione si dichiara pittore” mentre invece il più anziano dei suoi colleghi, Giuseppe Buscaglione sul retro dei suoi elaborati si dichiarava esplicitamente: “Artista pittore” e Emilio Vacchetti (pittore e ceramista) sorridendo diceva che dipingere non era un mestiere ma un piacere. Intanto la guerra contro l’Austria richiedeva sempre di più materiale umano e Cesare a suo tempo rivedibile, il 21 febbraio 1917 fu osservato presso l’Ospedale Militare di Torino e riconosciuto inabile e “riformato per alienazione mentale a tipo paranoico a tinta persecutoria”. Successivamente richiamato e inviato al fronte, prese parte alla Decima Battaglia dell’Isonzo che fu combattuta nei pressi di Plava tra il 12 maggio e il 5 giugno 1917 durante la quale prima di uscirne ferito aveva dipinto una tela titolandola appunto: -Studio nei pressi di Plava- che sarà poi esposta all’Esposizione della Società Promotrice di Belle Arti di Torino che, quell’anno (1917) si tenne presso i locali del Circolo degli Artisti. A guerra conclusa, riprese l’attività di scenografo in appoggio al padre che si valeva anche della collaborazione degli altri figli Augusto, Giuseppe e Mario; quest’ultimo dopo aver lavorato con il fratello Cesare per L’Aquila Films, iniziò un rapporto con la FERT di Roma che ebbe termine solo con la pensione.

 

 

Cesare Gheduzzi - Mercato a Porta Palazzo - Già mercato antiquario

 

 

 

Nel 1920 Cesare fece l’incontro della vita, entrando nello studio di Carlo Follini, al quale accorrevano in molti per apprendere l’arte del paesista in cui era veramente maestro. Da notare che il Follini aveva iniziato gli studi accademici soltanto all’età di 25 anni mentre prima, suo malgrado era stato impiegato presso l’intendenza militare e poi assicuratore nel ramo incendi, fallito in entrambe ma, con nel cuore un solo sogno: diventare pittore, arte che sino a quel momento aveva esercitato da autodidatta. Dopo un lungo colloquio, il Maestro che aveva superato la settantina, e che aveva girato mezza Europa, vide nel giovane Gheduzzi un bel carattere forse un po’ da domare ma, riconoscendogli grande sensibilità lo fece suo discepolo che in breve ne divenne il prediletto. Follini lo portò con se in giro per l’Italia in un viaggio durato oltre due anni visitando le più pittoresche località montane, marine e lacustri e le più belle città italiane che, hanno nome Roma, Venezia Milano, Napoli, Genova, Bologna, Padova ecc. dalle quali Cesare trasse stupende opere riportanti le piazze e i palazzi più importanti, il tutto ripreso durante le attività lavorative. Ugo Gheduzzi figlio di Giuseppe (architetto, scenografo e pittore) ricordando lo zio Cesare diceva che questi dava molta importanza alla sensibilità (un dono che si accresce coltivandola) e affermava che, senza quella un pittore non poteva considerarsi un’artista. Davanti al soggetto egli, contemplava, ammirava e percepiva così tante emozioni sì da esprimersi col suo proprio linguaggio che, sostenuto dal pennello faceva cantare il colore che si armonizzava sulla tela. Giuseppe Pellizza da Volpedo sul suo taccuino in data 10/10/1888 così scriveva: “Bisognerebbe che un’artista fosse sempre entusiasmato del suo lavoro e che lavorasse con foga tale da dimenticare tutto il mondo tranne il suo lavoro. Dal pennello del pittore, in simili momenti non può uscire che buona pittura”. L’otto novembre 1925 mentre ancora esercitava l’attività di capo scenografo del Teatro Regio di Torino, Ugo Gheduzzi dopo breve malattia, moriva lasciando i figli liberi di agire e di operare secondo le loro volontà. Giuseppe esercitava l’attività di pittore e proprio quell’anno, aveva condotto all’altare Livia Musso ballerina de Teatro Regio; il fratello Mario aveva contratto matrimonio già nel lontano 1913 mentre Cesare staccatosi dalla famiglia aveva stabilito il suo domicilio presso l’hotel Casalegno di Torino sito nella centrale via Garibaldi, anche la sorella minore Isolina era andata sposa, e con l’anziana madre era rimasto solamente il fratello maggiore Augusto. Cesare dopo gli insegnamenti impartitegli da Carlo Follini e il tempo trascorso con il maestro, era considerato un pittore affermato: galleristi, antiquari e collezionisti acquistavano i suoi elaborati.

 

 

Cesare Gheduzzi - Nel mare di Bordighera, 1921 - Bra, collezione privata

 

 

Per ben tre inverni (tra il 1925 e il 1927) soggiornò a Bordighera (città che conosceva bene per aver già più volte tratto quel mare nelle sue tele) presso l’hotel Parigi per dipingere il mare anche in quella stagione. Nel 1935 condusse all’altare Maria Gais e stabilì il suo domicilio a Magenta, (città che il 4 giugno del 1859 aveva visto la sconfitta degli austriaci ad opera dell’esercito franco-piemontese). Magenta gli offriva argomenti per il suo dipingere con la pianura padana attraversata in quelle zone dal Ticino: piane prative con alti alberi frondosi, animate da attività lavorative, da mucche e pastorelle o fascinaie curve sotto il peso dei loro carichi. Tutti questi lavori (e sono tanti) Cesare dotato di grande capacità di trasferire dal soggetto alla tela, li realizzava tutti in plein-air anche se ancora oggi molti, erroneamente li credono in parte lavori di studio. Marziano Bernardi in occasione della mostra postuma allestita nel 1949 dai fratelli Fogliato di Torino scrisse: “La sua spontaneità e facilità –qualità in lui ereditarie- gli favorirono un mestiere rapido e pronto, svolto fin dagli inizi con mano sicurissima e soprattutto con una fertilità eccezionale”. Ha proposito di plein-air, sempre il Pellizza così annotava: “Ho constatato che i lavori fatti all’aria aperta sono quelli che hanno maggior pregio in quanto a colore”. Cesare Gheduzzi assieme al fratello Giuseppe e a un altro bravo pittore di montagna: Mario Moretti Foggia, sono considerati i pittori del Rosa per aver dipinto la montagna e i suoi dintorni quasi con accanimento, soggiogati dallo spettacolo che il massiccio offriva loro. Da Magenta egli saliva la valle Anzasca e raggiungeva Macugnaga per dipingere la parete est del monte Rosa la più alta con i suoi 2600 mt. e un’ampiezza di oltre tre kilometri; quando invece veniva a Torino per unirsi al fratello Giuseppe, salivano la valle d’Aosta e raggiungevano Gressoney per dipingere l’altro versante del Rosa che mostra l’accecante ghiacciaio del Lyskamm da lui più volte ripreso.

 

 

Cesare Gheduzzi - Il Lyskamm da Gressoney - Già mercato antiquario

 

 

Da Gressoney attraverso il colle d’Olen potevano raggiungere Alagna in Valsesia altra palestra per praticare il loro sport preferito: la pittura. Come il fratello Mario, anche Cesare aveva una idiosincrasia per le mostre in genere sia personali che collettive (a differenza di altri colleghi che facevano carte false per presentare più elaborati o per essere ammessi alla più importante manifestazione artistica italiana che era ed è la Biennale di Venezia) infatti le presenze presso la Promotrice di Torino o il locale Circolo degli Artisti si contano su due dita, tante sono le stesse.

Dopo la partecipazione sopracitata del 1917 Cesare, fu presente nel 1942 con l’opera: -Gressoney la Trinité- all’annuale rassegna della Promotrice che quell’anno fu allestita presso la Galleria Civica d’Arte Moderna. Il secondo conflitto mondiale portò incertezze, confusioni, violenze e ingiustizie ma, soprattutto timori e paure. Cesare con la moglie assieme ai fratelli Augusto, Giuseppe e la famiglia di questi, si rifugiò ad Aglié Canavese. Cesare e Augusto in quel tristo 1943 (non si conosce con esattezza il periodo) inviarono richiesta presso -l’Ufficio Difesa Comando Territoriale di Torino- per andare a dipingere in Val d’Aosta e se giunse il benestare fu l’ultima sua escursione per riprendere nelle sue tele le  amate montagne. La morte (benché a sua insaputa) gli stava alle calcagna e colpito da malore fu ricoverato all’Ospedale -Le Molinette- di Torino dove in pochi giorni si spense: era il 27 dicembre del 1943. Dopo la sua morte la prima a ricordarlo fu la Galleria Bolzani di Milano con dipinti ispirati soprattutto a Venezia. Nel 1949 fu la volta della Galleria dei fratelli Fogliato di Torino, con una presentazione a catalogo di Marziano Bernardi e nel 1975 a rendergli omaggio fu la Galleria Perazzone di Biella. Nel 1998 La Galleria Berman di Torino che sempre ebbe una particolare attenzione per le opere dell’artista, espose sessantasei dipinti, tutti riprodotti a catalogo con una presentazione del professor Angelo Mistrangelo che, in chiusura ha scritto: “Il suo mondo pittorico si identifica con una ricerca che, ora trova nuovi riscontri e una più avvertita definizione nel novero di quegli artisti che hanno ripreso l’incanto della natura, del paesaggio, di un meditato verismo”. Macugnaga, per ricordare coloro che calpestarono quel suolo per dipingere la sua Montagna, nel 2014 presso il -Museo della Montagna e del Contrabbando- allestì, una mostra titolata: “La Storia Dipinta” e per tutto il mese di agosto, turisti e amatori d’arte poterono per la gioia dei loro occhi,  ammirare le opere di sei bravi pittori che corrispondono ai nomi di: Federico Asthon, Carlo Bossone, Cesare Gheduzzi, Enrico Mariola, Mario Moretti Foggia e Giuseppe Palanti. A tutti coloro che amano l’arte figurale espressa a cavallo tra il finire dell’Ottocento e del primo Novecento dico: non dimenticatevi di Cesare Gheduzzi.

 

 

minimalismo


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Esempio di cucina minimal. L'obiettivo artistico del minimalismo consiste nel valorizzare solo gli oggetti più importanti.

La minimal art è la principale tendenza che negli anni sessanta fu protagonista del radicale cambiamento del clima artistico, caratterizzata da un processo di riduzione della realtà, dall'antiespressività, dall'impersonalità, dalla freddezza emozionale, dall'enfasi sull'oggettualità e fisicità dell'opera, dalla riduzione alle strutture elementari geometriche.

Il termine fu coniato nel 1965 dal filosofo dell'arte inglese Richard Wollheim nell'articolo intitolato, appunto, Minimal Art, all'interno della rivista Arts Magazine. Egli parla di "riduzione minimale", ma nel senso del contenuto artistico, relativamente a lavori dove entrano in gioco oggetti al limite indistinguibili dalla realtà quotidiana, oppure forme ed immagini con valenze anonime e impersonali, citando da un lato i ready-made di Duchamp, che sono un punto di riferimento fondamentale per quello che riguarda la componente concettuale di ogni operazione riduzionista, e dall'altro Reinhardt, dal quale trae l'aspetto relativo alla riduzione purista della pittura e la sua concezione dell'"arte per l'arte", tesa all'eliminazione di tutto ciò che viene percepito come non essenziale.

Il minimalismo nelle arti plastiche[modifica | modifica wikitesto]

Museo dell'arte di Bregenz di Peter Zumthor, esempio di architettura minimalista

Altri termini utilizzati per definire questo processo sono ABC ART, Object Sculpture, Specific Object, Unitary Object, Cool Art, Primary Structures, Literarist Art. Dal punto di vista critico il termine minimalismo andrebbe applicato in senso stretto solo alle esperienze artistiche americane di questo tipo, ma viene normalmente utilizzato in senso più allargato, anche per definire l'insieme delle ricerche europee riduzionistiche e analitiche, in certi casi in anticipo rispetto a quelle oltreoceano.

Sono considerati come i protagonisti della Minimal Art americana Carl AndreDan FlavinDonald JuddSol LeWittRobert Morris, con sculture articolate per lo più in installazioni ambientali; dall'altro lato Frank StellaRobert RymanAgnes Martin e, come precursori riconosciuti nel campo della pittura, Barnett Newman (quadri caratterizzati da grandi campiture di colore che si espandono in modo uniforme sulla superficie della tela, scandite soltanto da qualche banda verticale di altro colore), Robert Rauschenberg (White Paintings: tele assolutamente bianche allo stesso tempo concettuali e minimalistiche) e Ad Reinhardt.

La situazione europea è più complessa e frazionata; si possono ricordare il francese Yves Klein e i gruppi BMPT e Support -Surface, il polacco Roman Opalka, i tedeschi Blinky Palermo e Ulrich Rückriem e gli italiani Piero ManzoniFrancesco Lo SavioSergio LombardoGiulio PaoliniGiorgio GriffaGianni PiacentinoGiovanni Callisto ed Enrico Castellani definito da Donald Judd in un articolo del 1966 come il padre del minimalismo.

I lavori sono costituiti da grandi volumi geometrici, da unità elementari primarie, monolitiche, con forme cubiche, rettangolari e simili, da elementi organizzati in strutture aperte e sequenze seriali; i materiali utilizzati sono di tipo industriale ed edilizio (pannelli di legno, lastre di metallo, formica, plexiglas, vetro, mattoni, travi, tubi fluorescenti al neon) strettamente connessi alla forma e ai colori che coincidono con quelli del materiale stesso oppure si riducono al bianco e al grigio; l'installazione degli elementi sul pavimento o sulle pareti è in diretto rapporto con lo spazio espositivo in modo da coinvolgerlo come componente stessa del lavoro artistico: all'assenza, o riduzione minimale delle relazioni interne, si contrappone l'esperienza delle relazioni esterne fra spazio e oggetti. Spesso le opere sono realizzate attraverso procedimenti industriali, a scapito dell'artigianalità. L'esecuzione è sottratta alla mano dell'artista e affidata alla precisione dello strumento meccanico.

  • Carl Andre nelle sue opere utilizza materiali prefabbricati (mattoni, travi da costruzione, lastre metalliche) e mette in atto procedimenti di costruzione e combinazione primari e seriali ripetibili da chiunque in modo da annullare ogni differenza tra operatività artistica e intervento comune. L'intenzione è quella di creare le condizioni per una rinnovata esperienza degli elementi costruttivi primari, sia per quanto riguarda la loro presenza fisica, sia per la loro collocazione nello spazio; ed è anche quella di definire il senso della scultura a partire da riflessioni su aspetti fondamentali quali la verticalità e l'orizzontalità, il peso e la gravità, il rapporto tra forma e materia, lo spazio dell'opera come installazione site specific.

I primi lavori sono Exercise, piccole sculture in legno con variazioni sulle differenti tecniche di taglio; si rende poi conto che le travi di legno sono meglio in sé, senza interventi. Realizza così la Element Series, costruzioni dove grosse travi di legno, da una a quattro, vengono usate per combinazioni semplici che occupano lo spazio, che per lui consistono in dei veri e propri tagli nello spazio. Nel 1966-67 installa Equivalents, otto strutture rettangolari, ciascuna con 120 mattoni in differenti combinazioni e Cuts, dove tutto il pavimento è ricoperto, salvo otto rettangoli vuoti, intesi come sculture negative. Dal 1968 inizia a realizzare le sue sculture-pavimenti usando lastre quadrate standard di vari materiali; la scultura si presenta come "pura pavimentalità", come puro luogo-spazio; il fatto che il visitatore possa camminare sopra queste opere esalta una fruizione dell'arte in termini di diretta esperienza sensoriale.

  • Dan Flavin, dopo aver realizzato quadri con lampadine elettriche sui bordi, a partire dal 1963, anno in cui colloca sul muro solo un tubo al neon in posizione diagonale (opera dedicata a Brancusi) esegue lavori luminosi fluorescenti che hanno tutti come elemento base tubi al neon a luce bianca o colorata di produzione industriale. Le sue opere sono costituite da combinazioni semplici e seriali di tubi al neon che danno vita a installazioni di spazio-luce di fredda ma intensa suggestività.
Lo Judd-Brunnen di Judd a WinterthurSvizzera
  • Donald Judd è forse il più freddo e rigoroso degli artisti minimali. Le sue opere sono strutture tridimensionali elementari geometriche, principalmente rettangolari, per lo più organizzate nello spazio come moduli seriali, in sequenze semplici o in progressione geometrica, con una ritmata scansione tra pieni e i vuoti con una particolare accentuazione percettiva di questi ultimi, realizzate con materiali di tipo industriale; colori, superfici e volumi sono strettamente connessi all'identità del lavoro in modo da rafforzare l'attenzione sull'oggettualità delle strutture, autonome e allo stesso tempo coerenti alla logica unitaria dell'insieme. Fondamentale è il rapporto a lungo studiato con lo spazio esterno. Giustificata è sia la scelta del tridimensionale, dato che Judd ritiene che non sia possibile annullare del tutto l'illusionismo spaziale, sia la decisione di far realizzare i lavori con procedimenti e tecniche industriali, per raggiungere la massima impersonalità e precisione nell'esecuzione.

A partire dal 1964 produce grandi scatole di ferro e altri metalli, come pezzi unici o sequenze installate orizzontali sul pavimento o verticali sul muro.

  • Sol Lewitt è protagonista della Minimal Art ma anche della Conceptual Art. Egli progetta infatti schemi di carattere sistematico seriale, la cui realizzazione è importante, ma relativamente secondaria rispetto alla concezione, tanto da potere essere affidata ad assistenti esecutori. Nei primi anni sessanta del Novecento Lewitt realizza dei dipinti tridimensionali, dei rilievi e delle costruzioni con volumi regolari, tra cui le strutture a forma di ziggurat.

Dal 1965 decide di ridurre il suo linguaggio formale solo al quadrato e al cubo e al colore bianco, le sue costruzioni in legno o metallo. Il sistema generativo di queste strutture modulari cubiche aperte è semplice: lo scopo è di incentrare l'attenzione su di esse in quanto arte e non dimostrazioni matematiche. Nel 1968 pubblica la Drawing Series I, II, III, IV. Questo tipo di serie viene poi realizzato direttamente sulle pareti degli spazi espositivi dando vita ai Wall Drawings.

  • Robert Morris è protagonista della Minimal Art, ma anche, dal 1967, del suo superamento in chiave Antiform.

Lavora inizialmente sul rapporto esistente tra oggetto, spazio e spettatore realizzando nel 1961 Passegeway, un lungo tunnel curvo e stretto e Column, un lungo parallelepipedo in compensato tinto di grigio. Nello stesso anno, influenzato dalla componente concettuale duchampiana, realizza Box with the sound of its own making, una scatola cubica di legno, con all'interno un registratore che trasmette i rumori registrati durante la fabbricazione della scatola stessa. Egli produce però, per la maggior parte, elementi volumetrici che sembrano grossi oggetti di fabbricazione industriale, dove l'apparente regolarità geometrica è messa in crisi da piccoli interventi irregolari, come un angolo arrotondato, un'inclinazione non ortogonale di un lato, ecc. Nel 1964 all'interno della Green Gallery mostra una serie di poliedri in compensato grigio le cui forme hanno una specifica relazione con le pareti, il soffitto, gli angoli e il pavimento, creando un'opera ambientale. Nel 1966, dello stesso materiale, sono le L-Beams, strutture a forma di L che, pur essendo uguali tra loro, si presentano come sculture diverse solo per il fatto di essere collocate in posizioni differenti.

Il contesto culturale in cui si poté sviluppare il minimalismo ha i suoi prodromi dell'emancipazione dall'arte europea nell'astrattismo americano del dopoguerra. Artisti come Jackson PollockBarnett NewmanMark Rothko realizzarono in quel periodo opere astratte che segnarono un netto cambiamento nella produzione artistica statunitense e nel modo di concepire e percepire la pittura. Anche la critica dovette in quegli anni formarsi e sviluppare delle nuove categorie interpretative per l'analisi delle opere.

L'artista Frank Stella ebbe una rilevante importanza per lo sviluppo del minimalismo. Egli dipinse alla fine degli anni cinquanta i Black Paintings, dei quadri privi di cornice consistenti in strisce nere parallele divise da sottili linee bianche. La sua intenzione è quella di elaborare una nuova pittura, impersonale, di carattere oggettuale, di impatto diretto, il cui processo di realizzazione risulti evidente a prima vista, in assoluta opposizione a quella espressionista astratta.

Disegni di Richard Serra

Egli arriva ad annullare ogni relazione interna ed esterna adottando schemi concentrici, simmetrici e ripetitivi nella stesura delle strisce nere sulla tela, dipinte con un grosso pennello da decoratore; la configurazione ripetitiva rettilinea o diagonale segue la forma della tela e la larghezza della striscia coincide con lo spessore del telaio; vi è una sostanziale identità tra rappresentazione e supporto. A partire dal 1960-61 incomincia a realizzare tele sagomate in cui la forma del supporto assume configurazioni geometriche variate. Successivamente entrano in gioco elementi curvilinei, colori vari e anche effetti ottici.

Anche le opere di Jasper Johns sono da considerare come influenti per la formazione culturale del minimalismo. Egli introdusse nei suoi dipinti degli oggetti per affermare la negazione della soggettività dell'artista e della sua vanità. Vi fu nelle intenzione dell'artista una tensione ad un'arte impersonale espressa al limite tra pittura e scultura, tra pittura e oggetto.
In ultimo, è degna di nota la produzione degli italiani Piero Manzoni, capofila del movimento in Italia e massimo teorizzatore, Gianni Piacentino con le sue installazioni e, più recentemente Riccardo Gusmaroli tra i massimi esponenti del neo-minimalismo.





Minimalismo in architettura[modifica | modifica wikitesto]

Lo stile di architettura minimalista si concentra sulla multifunzionalità e multigestione di uno spazio. Si tratta di rendere una stanza il più adatta possibile ad assumere più di una funzione, un modo più essenziale di costruire, dove si cercano equilibrio, spazi tranquilli, poche aperture essenziali, anche allo scopo di ottenere luoghi adatti alla meditazione e al riposo; come fornendo ad una sala soggiorno un'apertura opzionale del soffitto per renderlo a proprio piacimento uno spazio semi-esterno, gradibile in una giornata estiva come in una giornata invernale, rinunciando ad esempio alla possibilità di avere una terrazza adiacente alla camera e preservando indubbiamente più spazio. Con multifunzionalità s'intende il ventaglio delle possibilità di funzione che uno spazio può fornire. Con multigestione invece s'intende maggior praticità di utilizzo delle funzioni che può assumere uno spazio, ad esempio, attraverso l'impiego di dispositivi domotici che facilitino ed ottimizzino la possibilità multifunzionale di una stanza.

In tempi moderni si è voluto proporre una nuova concezione di modelli abitativi, che consiste in "casette" mobili sviluppate in un numero inferiore a una decina di metri quadrati. Estremizzando l'idea di risparmio spaziale, e coerentemente di quello materiale ed economico; così anche adattando il minimalismo ad un'ideologia ambientalista.

Con minimalismo complessivo s'intende l'idea di ridurre al massimo il numero di prodotti e materiali impiegati nella costruzione, ovvero nel componimento di un corpo architettonico. Con minimalismo locale s'intende invece l'idea di ridurre al massimo lo spazio urbano o semplicemente fisico che occuperebbe un corpo architettonico. Infine, con minimalismo detrattivo s'intende l'idea di ridurre al massimo le caratteristiche estetiche aggiuntive che possederebbe un corpo architettonico.

Stile di vita minimalista[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Semplicità volontaria.

Si tratta di una concezione di vita dove si tende a possedere, a volere e fare solo quello che davvero è necessario, pertanto essenziale.

Al contrario di come la società concepisce il concetto di minimalismo, come stile di vita, dall'esterno, non si tratta solo di non possedere niente e quindi vivere in uno spazio vuoto o sterile e possedere un numero predefinito di oggetti. Lo stile di vita, si ispira a ciò da cui l'arte stessa ha preso spunti, ovvero la filosofia zen giapponese e dunque comprende non solo lo spazio fisico, ma anche mentale.

È un modo per evadere agli eccessi del mondo che ci circonda — gli eccessi del consumismo, del materiale che si possiede, del disordine, dell'avere troppe cose futili che portano alla confusione. Quindi è sottinteso che dia un senso di libertà sia a livello fisico (per l'assenza di oggetti fisici, che potrebbero rendere l'ambiente in cui ci si trova opprimente) che mentale (praticando, ad esempio, la meditazione).

Questo stile di vita permette di concentrare le proprie forze e la propria mente sulle cose più umili ed accessibili all'umano, cose che danno senso e valore alla vita.

Un riferimento importante online è il sito http://www.theminimalists.com/.

Il minimalismo nella musica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Musica minimalista.
Rhys Chatham, compositore e polistrumentista minimalista

Il minimalismo musicale, importante sorgente espressiva della musica della seconda metà del Novecento, analogamente e parallelamente al minimalismo delle arti visive, è nato negli Stati Uniti, principalmente sull'onda creativa di Philip GlassSteve ReichLa Monte Young, e Terry Riley. Attualmente anche Ludovico EinaudiRoberto Cacciapaglia (compositori e pianisti italiani) e Stefano Ianne (compositore e polistrumentista) sono considerati minimalisti.

L'architettura della musica minimale si sviluppa su cellule melodiche brevi e semplici, e su figure ritmiche immediate, e dipana il discorso creativo sulla ripetizione, spesso ossessiva, di tali moduli, mentre il castello armonico e timbrico si evolve a formare la chiave espressiva dell'opera, utilizzando talvolta strumenti di raro utilizzo e sonorità inusuali, con la complicità dell'elettronica e della musica popolare.

Il minimalismo nella letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Il minimalismo in letteratura è caratterizzato dall'uso economico delle parole e dalle descrizioni superficiali. Gli autori minimalisti evitano gli avverbi e preferiscono lasciare al contesto il ruolo di definire il significato. Ci si aspetta che i lettori prendano parte alla creazione della storia, che scelgano da che parte stare in base a indizi obliqui e allusioni, piuttosto che seguire alle direzioni proposte dall'autore. I personaggi di romanzi e storie minimalisti tendono ad essere piuttosto normali; possono essere venditori o allenatori di seconda categoria, famosi investigatori o individui incredibilmente ricchi.

Alcuni romanzi gialli degli anni quaranta di autori come James M. Cain e Jim Thompson usavano uno stile narrativo scarno e diretto con grande effetto; secondo alcuni, questo stile può essere considerato minimalista.

Un'altra corrente di minimalismo in letteratura nacque in risposta alla meta-fiction in voga negli anni sessanta e inizi anni settanta (John BarthRobert CooverWilliam H. Gass). Questi scrittori usavano anch'essi una prosa spoglia e si mantenevano psicologicamente distanti dal soggetto della narrazione.

Scrittori che sono stati associati al minimalismo in alcuni periodi della loro carriera includono i seguenti: Raymond CarverChuck PalahniukErnest HemingwayK.J. StevensAmy HempelBobbie Ann MasonTobias WolffGrace PaleySandra CisnerosMary RobisonFrederick BarthelmeRichard Ford e Alicia Erian.

Poeti americani come William Carlos Williams, il primo Ezra PoundRobert CreeleyRobert Grenier, e Aram Saroyan sono a volte identificati con uno stile minimalista. Il termine "minimalismo" è anche associato con i più brevi componimenti poetici, gli haiku, originari del Giappone man mano che si sono trasferiti nella letteratura inglese grazie a poeti come Nick VirgilioRaymond Roseliep, e George Swede.

Uno degli scrittori francesi che si inserisce perfettamente nella corrente minimalista è senz'altro il francese Christian Oster. L'opera in cui tale corrente viene esaltata maggiormente, è Mon Grand Appartement in cui il protagonista Luc Gavarine perde la sua cartella la quale ha un'enorme funzione psicologica, in quanto egli si sente nudo, trovandosi privato di un oggetto che gli conferiva forza.

L'autore irlandese Samuel Beckett è anch'esso conosciuto per i suoi lavori minimalisti.